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Arbitro di calcio e ingegnere: la doppia veste di Sara Sparviero

Danilo Cappiello
Sara Sparviero
Il fischietto bitontino, che dirige le gare del campionato maschile regionale di serie C1 di futsal, si racconta ai lettori di BitontoLive
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Fischietto, cartellini, decisioni lampo da prendere e referti da stilare, ma non solo. Sono fatte anche di passioni e di viaggi, di indici che tracciano rotte sul mappamondo, di oblò d’aereo su un mondo ancora tutto da scoprire, di libri che trattengono ancora l’odore delle prime pagine e di musica da ascoltare e suonare, le giornate di Sara Sparviero, arbitro bitontino che dirige le gare del campionato maschile regionale di serie C1 di calcio a 5.

Bel sorriso e piglio deciso, lunghi capelli castani e una determinazione di ferro. Sara, laureata in ingegneria dell’automazione, si racconta ai lettori di BitontoLive: «Per quanto possiamo sembrare solamente arbitri quando siamo in campo, le nostre giornate assumono i contorni di tutte le persone comuni. La sveglia che suona puntuale, la colazione da sbrigare in fretta, il viaggio in auto in direzione lavoro, la giornata lavorativa, la pausa pranzo, la rincorsa alle ultime ore e poi il via libera che in poche serate rappresenta il relax e in molte altre, invece, rappresenta l’allenamento».

Perché – spiega Sara Sparviero – «essere un arbitro, vuol dire allo stesso tempo essere una sportiva a tutti gli effetti e, pertanto, mantenere la condizione fisica e mentale necessaria per poter offrire prestazioni sempre più convincenti. Contrariamente a quanto si possa pensare, la gara di un arbitro comincia già a metà settimana, nel momento esatto delle designazioni. Lì si conoscono le squadre che si andranno a dirigere, gli atleti che si andranno ad affrontare, i colleghi con cui condividere le gare e tutto ciò che fa da contorno. Non conosco stagioni o condizioni metereologiche che tengano, quando si tratta di allenarmi. So che soprattutto d’inverno può risultare difficile, ma è l’unico modo per andare incontro a prestazioni efficienti».

Una routine quotidiana da ragazza qualsiasi, dunque, che cambia nel week end, quando Sara sveste i panni da ingegnere e indossa la divisa da arbitro. «Anche il sabato – racconta – ha il suo “copione”: la sveglia, se possibile, suona ancora prima per studiare al meglio tutte le componenti della gara che andrò ad arbitrare. Il pranzo è quello classico degli atleti: pasta in bianco con un filo d’olio, qualcosa di proteico e un piccolo dolce per immettere zuccheri in corpo. Poi via, col borsone in spalla e il materiale necessario sistemato con cura al proprio interno, il viaggio in macchina col volume della radio alto al punto giusto per darmi la carica necessaria, il ritrovo con i colleghi, l’arrivo al palazzetto, le formalità burocratiche da rispettare, il riscaldamento, il riconoscimento degli atleti e poi via, si comincia».

Una cura continua dei dettagli, per mantenere ben saldo il timone della nave arbitrale, nel bel mezzo del mare in tempesta delle due squadre che si vanno a fronteggiare. Quaranta minuti di battaglia tattica, tecnica e agonistica che, dall’alto del suo ruolo di arbitro, Sara descrive così: «La mia figura mi consente di avere un ruolo super partes e dunque una visione lucida e razionale di quello che accade all’interno del rettangolo di gioco fra i dieci atleti. Ad ogni situazione corrisponde un regolamento da applicare e bisogna avere la lucidità mentale necessaria per fare la scelta giusta nella frazione di secondo in cui si sviluppa il tutto. Molti giocatori pensano che il cartellino giallo o rosso siano per noi motivo di vanto. Non è così: sono applicativi a nostra disposizione, che siamo costretti ad usare quando qualcuno va fuori dalle righe e non se ne rende conto nell’immediato. La nostra ambizione, prima di ogni gara, è quella di cercare di portarla a termine senza cartellini. Talvolta ci riusciamo, altre no. Ma non è imputabile a noi, contrariamente a quanto invece spesso accade, l’esito finale di una gara lunga quaranta minuti effettivi».

Ci sono reazioni scomposte che talvolta culminano con l’aggressione verbale o addirittura fisica ai direttori di gara. Un’escalation di violenza che il fischietto bitontino commenta così: «È semplicemente inaccettabile che ci siano arbitri aggrediti e finiti in ospedale a farsi ricucire le ferite. Le società in primis devono capire che siamo ragazzi come i loro atleti e che, esattamente come loro e come tutti, non siamo infallibili. Prima di tutto sacrifichiamo tempo agli amici e agli affetti per dare vita alla nostra passione e permettere il regolare svolgimento di una gara ufficiale»

La passione di Sara àncora le proprie radici nella sfera familiare: «La devo a mio padre e a tutte le gare che abbiamo visto assieme. Io non nasco arbitro – confessa – lo sono diventata dopo aver constatato che in città non c’erano all’epoca realtà ben delineate di calcio femminile. È stata una scelta dettata dal destino che si è rivelata poi quella giusta».

«Diventare arbitro mi ha aiutato ad essere una persona migliore e a pormi in maniera diversa dinanzi alla moltitudine di eventi che caratterizzano la vita di ciascun essere umano.  Ho imparato a gestire me stessa e il mio carattere, ad affrontare con più sicurezza dei miei mezzi tutto ciò che mi accade, e a guardare il futuro con molto ottimismo e con la continua ambizione di voler crescere, a livello personale e professionale».

venerdì 18 Marzo 2022

(modifica il 4 Luglio 2022, 16:50)

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