Da Bitonto ai Giochi del Mediterraneo, Celeste Coco medico sul campo: «Qui il lavoro di squadra fa la differenza»

La 34enne bitontina presta servizio nell’équipe sanitaria dei Giochi di Taranto 2026. Dopo una prima formazione nella ricerca e la scelta di iscriversi a Medicina, oggi vive una delle sue prime esperienze professionali in un grande evento internazionale: «Sul campo bisogna valutare rapidamente, decidere in tempi brevi e mantenere lucidità»

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Da Bitonto ai Giochi del Mediterraneo di Taranto 2026, in programma dal 21 agosto al 3 settembre, dove in questi giorni presta servizio medico all’interno delle équipe chiamate a garantire l’assistenza sanitaria durante le competizioni.

È l’esperienza che sta vivendo in questi giorni Celeste Coco, 34 anni, medico bitontino neolaureato, impegnata nei presidi sanitari allestiti negli impianti della manifestazione internazionale.

Un’importante esperienza professionale all’inizio del suo percorso da medico, arrivata dopo la partecipazione e la vittoria del bando indetto dall’Asl di Taranto. Coco ha già prestato servizio, tra l’altro, al PalaMazzola durante le gare di pallavolo, entrando in contatto con atleti e delegazioni provenienti da diversi Paesi.

Alle spalle c’è un percorso iniziato nel mondo della ricerca e poi approdato alla medicina. Prima la laurea in Biotecnologie e l’esperienza come ricercatrice, poi, nel 2019, la scelta di seguire quella che sentiva come una vera vocazione, legata anche al rapporto diretto con i pazienti. Oggi, appena conseguita la laurea in Medicina e Chirurgia all’Università di Bari, attende l’esito del concorso per l’accesso alla scuola di specializzazione.

Ai Giochi sta sperimentando sul campo responsabilità, rapidità nelle decisioni e lavoro d’équipe, ma anche una dimensione dello sport che va oltre la competizione. Una prima esperienza professionale che per la giovane dottoressa bitontina assume così anche il valore di un traguardo personale, dopo anni di studio e sacrifici.

Partiamo da lei. Ci racconta il percorso che l’ha portata fino a qui?

«Il mio percorso formativo nasce nel mondo della ricerca: dopo la laurea in Biotecnologie e un’esperienza come ricercatrice, nel 2019 ho deciso di seguire quella che sentivo essere una vera vocazione per la medicina e per il rapporto diretto con il paziente, iscrivendomi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Bari.

Oggi, dopo aver conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia, sono in attesa di conoscere, a fine settembre, l’esito del concorso per l’accesso alla scuola di specializzazione.

Tra le discipline che sento più vicine al mio percorso e ai miei interessi ci sono la Pediatria, anche per il mio precedente background in genetica e biologia molecolare, e la Fisiatria e Medicina dello Sport, ambiti che uniscono la mia formazione medica alla mia grande passione per lo sport. Ho sempre praticato attività sportive, dalla danza al nuoto fino al Pilates, e credo molto nel valore dello sport come strumento di salute, prevenzione e benessere.

La possibilità di vivere i Giochi del Mediterraneo da medico rappresenta per me un’esperienza particolarmente significativa: è l’occasione di mettere le mie competenze al servizio dello sport e, allo stesso tempo, di confrontarmi con un contesto nuovo, dinamico e stimolante, proprio all’inizio del mio percorso professionale».

Come è nata la possibilità di prestare servizio medico ai Giochi del Mediterraneo?

«La possibilità è nata dalla partecipazione e dalla vincita del bando di concorso indetto dalla Asl di Taranto. Per me rappresenta una prima esperienza professionale di grande valore, proprio all’inizio del mio percorso da medico: l’opportunità di mettere in pratica le competenze acquisite durante gli anni di formazione e, allo stesso tempo, di vivere da protagonista un importante evento sportivo internazionale».

Qual è concretamente il suo ruolo durante le competizioni?

«Il mio ruolo come medico ai Giochi del Mediterraneo è quello di garantire l’assistenza sanitaria direttamente sul campo, intervenendo nella gestione delle piccole urgenze, come ferite, contusioni, escoriazioni, ma soprattutto riconoscendo tempestivamente le situazioni di maggiore gravità e le emergenze che richiedono un intervento immediato.

È un incarico che porta con sé una grande responsabilità: sul campo il medico deve saper valutare rapidamente la situazione, prendere decisioni in tempi brevi e mantenere lucidità e prontezza anche nei momenti più delicati».

Com’è una giornata di lavoro all’interno di una manifestazione di queste dimensioni?

«La giornata tipo inizia qualche ora prima dell’inizio delle gare, con l’arrivo in venue e il confronto con l’équipe con cui si condividerà il turno: infermieri, soccorritori della Croce Rossa e personale delle ambulanze. Ogni venue è dotata di un proprio presidio sanitario, organizzato con tutto il necessario per garantire un intervento tempestivo, dai farmaci per la gestione delle emergenze al defibrillatore, fino ai presidi per le prime manovre di assistenza.

Ma l’aspetto che mi ha colpito maggiormente è stato quello umano: la socialità, il confronto e la collaborazione tra professionisti diversi. In un contesto come questo ci si rende conto che lo sport non unisce soltanto gli atleti, ma riesce a creare connessioni e spirito di squadra anche tra chi lavora per garantire la loro sicurezza e assistenza».

Che effetto fa, da giovane medico pugliese, iniziare il proprio percorso professionale proprio in un evento internazionale ospitato nella propria regione?

«Da giovane medico, lavorare in un contesto di così grande rilevanza internazionale rappresenta per me molto più di un’esperienza professionale: significa iniziare a vedere ripagati i sacrifici di tanti anni di studio, le rinunce e le tante feste trascorse sui libri.

È la dimostrazione che, con perseveranza, costanza e passione, prima o poi arrivano le soddisfazioni, anche quando il percorso non è semplice e la vita mette davanti a noi delle difficoltà.

Questa esperienza rappresenta per me un primo, importante traguardo e, allo stesso tempo, un nuovo punto di partenza. È una grande esperienza formativa soprattutto sul piano professionale, perché confrontarmi con colleghi con più esperienza mi permette di continuare a studiare e a formarmi per garantire la migliore assistenza possibile».

I Giochi significano anche incontrare atleti e delegazioni provenienti da molti Paesi. C’è un episodio che le è rimasto particolarmente impresso?

«Sì, questa esperienza mi ha dato anche la possibilità di entrare in contatto con diverse delegazioni internazionali. Al PalaMazzola di Taranto, dove ho prestato servizio durante le gare di pallavolo, ho avuto modo di conoscere le delegazioni del Kosovo, dell’Algeria, della Serbia e dell’Egitto.

Tra i momenti che porterò con me c’è sicuramente l’incontro con Albulena Haxhiu, presidente ad interim della Repubblica del Kosovo. Abbiamo avuto modo di scambiare qualche parola in un momento di grande spontaneità e, con molta disponibilità, ha accettato di scattare una fotografia insieme a tutto il team medico della gara.

È stato un momento semplice, ma per me particolarmente significativo, perché racchiude bene lo spirito di questi Giochi: professionisti e persone provenienti da Paesi diversi che si incontrano, condividono un’esperienza e si ritrovano uniti attraverso lo sport».

Dal punto di vista medico, cosa richiede lavorare in una competizione di questa portata?

«Richiede innanzitutto un grande spirito di squadra all’interno del team sanitario: dal medico di primo soccorso all’anestesista, fino agli infermieri e ai soccorritori. In un contesto come questo è fondamentale saper lavorare sul campo, comunicare in modo efficace e coordinarsi rapidamente, perché ogni professionista ha un ruolo preciso nella gestione del paziente.

È altrettanto importante avere una solida preparazione nell’ambito dell’urgenza e dell’emergenza, essere in grado di riconoscere tempestivamente le situazioni critiche e sapere come intervenire con rapidità, lucidità e appropriatezza. In questi contesti, la preparazione individuale è fondamentale, ma è il lavoro di squadra a fare davvero la differenza».

Finora qual è stato il momento più emozionante?

«Il momento più emozionante per me è stato vedere le squadre di pallavolo, al termine degli inni nazionali, applaudire insieme. È stato un gesto semplice, ma di grande significato: per qualche istante la competizione ha lasciato spazio al rispetto e alla condivisione, dimostrando che lo spirito di squadra può andare oltre i confini della propria squadra e coinvolgere anche l’avversario.

È proprio questo, secondo me, uno degli aspetti più belli dello sport: competere, dando il massimo, senza mai perdere il rispetto per chi si ha di fronte».

Cosa pensa che questa esperienza le stia lasciando, professionalmente e umanamente?

«Dal punto di vista professionale mi sta insegnando a guardare la medicina da una prospettiva diversa, più vicina al territorio e all’urgenza. Lavorare direttamente sul campo significa saper valutare rapidamente una situazione, riconoscere ciò che richiede un intervento immediato e agire con tempestività, lucidità e responsabilità.

Ma è soprattutto dal punto di vista umano che questa esperienza mi sta lasciando qualcosa di importante. Ho imparato che lo sport non è soltanto competizione e desiderio di vittoria: è anche incontro, condivisione e capacità di creare legami tra persone e culture diverse.

Vedere atleti di nazionalità differenti sostenersi, incoraggiarsi e condividere emozioni mi ha fatto capire quanto lo sport possa essere uno straordinario strumento di unione. Anche quando si compete per vincere, non si perde mai la possibilità di darsi forza gli uni con gli altri».

Per una giovane professionista partita da Bitonto c’è anche una soddisfazione personale particolare nel ritrovarsi oggi all’interno dei Giochi?

«Essere partita da Bitonto per prendere parte a una manifestazione di questa portata rappresenta per me una grande soddisfazione personale. Significa vedere finalmente ripagati non solo i sacrifici e gli anni di studio che ho affrontato, ma anche quelli della mia famiglia, che mi ha sempre sostenuta e incoraggiata lungo il mio percorso.

È una soddisfazione che sento ancora più forte perché arriva all’inizio della mia vita professionale e rappresenta, per me, il frutto di un percorso costruito con impegno, perseveranza e passione».

Se dovesse raccontare i Giochi attraverso una sola immagine vissuta dietro le quinte, quale sceglierebbe?

«Sceglierei una fotografia del team sanitario riunito poco prima dell’inizio di una gara, quando ancora il pubblico non è entrato e tutto deve ancora cominciare. È un’immagine che racconta bene ciò che normalmente non si vede: medici, anestesisti, infermieri e soccorritori che si coordinano e si preparano a essere pronti in caso di necessità.

Mi piace perché rappresenta la parte più silenziosa e meno visibile dei Giochi, quella che si svolge dietro le quinte, ma che è fondamentale per permettere alla competizione di svolgersi in sicurezza. E in quella fotografia vedrei anche il significato di questa esperienza per me: una giovane medico che, insieme a un’intera équipe, si prepara a mettere le proprie competenze al servizio dello sport».

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