Agrivoltaico, l’allarme del Bio-Distretto delle Lame: “Così rischiamo di perdere noi stessi”

Il Bio-Distretto esprime “inquietudine” per la progressiva diffusione delle consociazioni fotovoltaico-olivo, ritenute un potenziale fattore di snaturamento del paesaggio e dell’identità agricola locale
Il dibattito sull’agrivoltaico approda nel cuore degli oliveti del Nord Barese e si carica di significati che vanno ben oltre la pur centrale questione energetica. Con un documento ufficiale, il Bio-Distretto delle Lame ETS esprime “inquietudine” per la progressiva diffusione delle cosiddette consociazioni fotovoltaico-olivo, ritenute un potenziale fattore di snaturamento del paesaggio e dell’identità agricola locale.
«Quanto sta accadendo nei nostri oliveti merita una prioritaria attenzione», si legge nel testo, che richiama il ruolo dell’olivicoltura quale “caposaldo sociale, paesaggistico ed economico” del territorio. La preoccupazione riguarda in particolare la sostituzione di impianti tradizionali — “piante mature, modellate dal clima, dalla sapienza dei potatori e dalla genetica delle nostre cultivar” — con giovani impianti affiancati o sovrastati da pannelli solari, fino al rischio, si avverte, di un paesaggio “omologato” o addirittura dominato “solo da pannelli solari”.
Il nodo, tuttavia, non è soltanto estetico. Il documento pone una questione di fondo: l’olio e i prodotti del Bio-Distretto non possono essere ridotti a semplici alimenti. «Se fosse soltanto questo, andrebbero perdute tutte le sfumature di colori, profumi, sapori, forme e culture che attraversano l’agricoltura nel territorio». In gioco vi sarebbe dunque il legame profondo tra prodotto, paesaggio, storia e comunità.
Da qui la domanda cruciale: quali conseguenze sociali ed economiche potrebbe avere un cambiamento strutturale nell’uso dei suoli? Lo scenario evocato è quello di “un processo involutivo che conduce alla progressiva cessione della terra ad altri e a logiche che non ci sono mai appartenute”.
Particolarmente netta la riflessione sul suolo, denunciando la “superficialità” con cui viene talvolta considerato nelle pianificazioni: non una semplice superficie da occupare, ma “un organismo vivo”, habitat della biodiversità e piattaforma dell’attività umana, elemento del paesaggio e del patrimonio culturale.
Il Bio-Distretto non nega l’importanza dell’energia rinnovabile. “Non possiamo ignorare che la disponibilità di energia a costi contenuti e a basso impatto rappresenta uno strumento concreto per realizzare la sostenibilità”, si legge ancora. Ma allo stesso tempo si avverte che non si può “cedere alla tentazione” di trasformare terreni agricoli in fonte di reddito alternativa all’agricoltura stessa.
Il reddito, secondo l’ente, deve derivare dai prodotti e dai servizi che valorizzano la terra, sostenendo invece misure quali promozione sui mercati, servizi alle campagne, disponibilità di acqua, innovazione tecnologica, dialogo con le istituzioni e snellimento burocratico. Non manca il richiamo al riconoscimento del ruolo degli agricoltori quali “Custodi” del sistema agro-zootecnico mediterraneo.
La proposta è chiara: il fotovoltaico trovi spazio “anzitutto sui tetti delle città, sulle superfici già costruite, sulle aree degradate e abbandonate”. Nei campi vivi, dove “la fertilità della terra continua a trasformare il sole in nutrimento”, il suolo non può essere considerato un semplice supporto. Per il Bio-Distretto delle Lame, agricoltura e terra restano “organismo, memoria, identità e promessa di futuro per le nostre Comunità”.
Commenti
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Ma sempre una cosa hanno da dire queste associazioni. Ma perché non pensano ad alternativa ambientali e lasciano a noi proprietari la libertà di scelta su cosa farne del nostro terreno…







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