“La bellezza dietro le grate” esce dal Monastero delle Vergini: ce la svela il professor Nicola Pice

Curatore della mostra nella Galleria Devanna fino al 31 agosto, racconta la scoperta delle tele di Carlo Rosa e altri tesori che meritano la fruizione pubblica

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Cinquecento anni di storia. Di storie che intrecciano vite, dentro e fuori le mura del Monastero di Santa Maria delle Vergini, edificio d’imponente bellezza nel centro antico di Bitonto, abitato dal 1525 dalle monache Benedettine Cassinesi. Anniversario solenne, il quinto centenario, celebrato con una mostra allestita nella Galleria nazionale della Puglia “Girolamo e Rosaria Devanna”. Fino al 31 agosto si potranno ammirare alcune meraviglie del patrimonio storico artistico racchiuso nel monastero e finora inaccessibile al pubblico, nell’esposizione curata dal professor Nicola Pice. È proprio lui a farci da cicerone, a disvelarci “La bellezza dietro le grate”. Questo il titolo della mostra, organizzata con il coinvolgimento della Curia arcivescovile di Bari-Bitonto, del Comune di Bitonto, di associazioni ed enti religiosi e laicali del territorio, tra cui la Direzione regionale Musei nazionali Puglia.

Già sindaco di Bitonto, docente di lettere classiche al liceo Sylos e dottore di ricerca in Scienze dell’antichità classica e cristiana, storia della tradizione e della ricezione, il professor Pice ricorda l’emozione del suo primo ingresso nel Monastero delle Vergini, cinque anni fa: «Fino ad allora non ero mai andato oltre il parlatoio. Rimasi stupefatto quando salii al secondo piano ed entrai nella sala del coro, luogo d’incontro di tutte le monache, un’enorme sala rettangolare il cui lato destro affaccia all’interno della chiesa attraverso le grate. Il mio sguardo fu catturato da sei grandi tele disposte alle pareti, ne rimasi impressionato e riconobbi subito la mano di Carlo Rosa. Dipinti ignorati, sconosciuti, schedati presso la Soprintendenza come anonimi. Fu uno choc, e da allora mi ha preso il tarlo di recuperarli».

Due di quelle tele – Agar e Ismaele nel deserto e L’orazione nell’orto – sono esposte alla Galleria Devanna insieme ad alcuni documenti storici d’archivio del monastero: pergamene decorate, antiche platee, cronache, rituali e atti di monacazione di notevole valore artistico. In mostra anche un pezzo unico di grande pregio: la statua lignea snodata del Cristo coronato di spine attribuita a Filippo Angelo Altieri, amico di Carlo Rosa, uno tra i maestri della scultura lignea barocca pugliese, artefice tra l’altro dell’immagine dorata dell’Immacolata patrona di Bitonto. «Questa statua snodata dell’Ecce Homo – spiega il professore – veniva utilizzata dalle monache in tempo di Quaresima per le sacre rappresentazioni della passione di Cristo. Qui lo vediamo esposto esattamente come in monastero: seduto, coi piedi poggiati su un cuscino ricamato dalle stesse monache, coperto da un semplice drappo, in capo una corona di vere spine e gli occhi di cristallo ad impressionare l’osservatore».

Tra i documenti esposti in bacheca, Pice si sofferma sulla bolla in pergamena di papa Paolo III Farnese: «Il testo dice che una monaca, Caterina Azzaro, si lamenta del fatto che, entrata in convento, qualcuno si sia impossessato dei suoi beni patrimoniali, e ne chiede la restituzione. Il papa ingiunge al canonico della Cattedrale di avvertire questi “anonimi” di restituire quanto prima i beni sottratti, altrimenti la scomunica. A papa Farnese si deve anche la venuta a Bitonto di Cornelio Musso, vescovo e predicatore, che tenne un’omelia proprio nella chiesa delle Vergini il giorno della Natività della Vergine del 1560. Un’omelia che finì poi per essere pubblicata in quel di Bologna. Ecco un’altra delle tante storie che s’intrecciano con il mondo esterno. C’è stato e continua ad esserci un attraversamento di vite vissute nel monastero, che non è luogo di reclusione o esclusione. Il legame con il mondo esterno non si recide, continua ad esserci, lo vedi anche nella chiesa, unica struttura che del monastero noi conosciamo. Le pareti marmorizzate dicono che di lì è passato Luigi Castellucci, perché quella è opera di Castellucci e di Francesco Lamberti che ha fatto gli altari. Castellucci immaginò la distribuzione di colori e di falsi marmi sulle pareti e magari anche le cimase della volta o dell’abside, o le variazioni degli stucchi perché anche quella è opera d’arte. A seconda della postazione tu trovi una tipologia di stucco, perché anche lo stucco deve concorrere a questa narrazione dell’aula mistica o del tempo di preghiera».

Ed è proprio la preghiera il legame forte con il mondo fuori dalle grate, l’abbraccio al mondo esterno delle monache, che pregano un Dio artefice della storia. Ne sono la prova le lettere di Giorgio La Pira alle claustrali. «Quando venne a Bitonto nel 1960 per un comizio – racconta Pice – La Pira chiese all’autista di bloccarsi a Porta Robustina ed entrò nel Monastero delle Vergini. Dal 1954 aveva avviato le lettere alle claustrali – non solo di Bitonto ma di tutta Italia e anche all’estero – lettere in cui chiedeva alle suore di pregare per il mondo esterno, per la pace, per la giustizia sociale, i grandi temi che gli stavano a cuore. Era un mistico, un orante, e credeva nella forza della preghiera delle monache. Ci fu un fitto carteggio privato fra La Pira e le monache di Bitonto, lui interveniva fattualmente ai loro bisogni, attraverso contributi alle novizie avviate alla monacazione, con donazioni a Natale o Pasqua. Non sovvenzioni non una tantum ma costanti. La vendita di dolci, ostie e ricami non era sufficiente per sostenere le monache, e c’è una lettera curiosissima in cui chiedono a La Pira di fornire loro le gabbie per allevare le galline e venderne le uova. E lui le sovvenzionò».

Il monastero – insiste il professore – non è una bolla ma un crocevia di vite vissute nell’arco di 500 anni che fanno capire come chi è vissuto e vive al suo interno non sia avulso dal mondo. La “bellezza dietro le grate” non è solo quella dell’arte, dei colori, delle sculture, dei dipinti, che è diffusa, ma la bellezza delle storie e delle persone, delle anime. Oggi il monastero è abitato da sole quattro monache, e ombre d’incertezza gravano sul futuro di questa istituzione da preservare, un vero e proprio quartiere all’interno del centro storico, articolato su quattro livelli e sviluppato intorno a quattro cortili interni e ad un giardino. Il belvedere, con vista panoramica sulla città, è impreziosito da vasi istoriati del 700 lungo tutto il perimetro. E poi spettacolari corridoi, ambienti dedicati al ricamo e alla legatoria, cucine… Ma cosa ne sarà di tutto questo patrimonio di bellezza? Se lo chiede madre Letizia, la monaca più anziana, prossima all’incredibile traguardo di 110 anni e ancora lucidissima nei ricordi e nel pensiero.

Cosa ne sarà delle tele di Carlo Rosa? È il “tarlo” del professor Pice, scopritore di tanta meraviglia nascosta. «Questa mostra, per quanto piccola – confessa – è stata faticosissima da allestire per le traversie del distacco delle tele, del trasporto e della collocazione. Dovevamo sceglierne solo due, sono opere del Carlo Rosa più maturo, il migliore: l’eleganza della forma, il raffinato cromatismo e il dinamismo calmo, la pensosità dei volti illuminati da un fascio di luce, la combinazione di naturalismo e classicismo. Nelle figure teatrali e nell’uso del rosso emergono evidenti echi caravaggeschi. E poi zone d’ombra in cui si percepisce la natura, il paesaggio. Particolari offuscati dal tempo che vanno riportati alla nitidezza originaria. Queste opere vanno restaurate! Abbiamo tele di questo valore e le ignoriamo completamente! Conoscere per valorizzare: è questa la finalità della mostra. Tanta bellezza va restaurata e condivisa, assicurata alla fruizione pubblica».

Un auspicio accorato, quello del professor Nicola Pice, che invita a mobilitarsi per portare alla conoscenza di tutti la grande bellezza custodita nel Monastero delle Vergini, a cominciare dalle tele inedite di Carlo Rosa. Intanto, un’occasione straordinaria per ammirarle – fino al 31 agosto – è la mostra nella Galleria Devanna. Obbligatoria la prenotazione per le visite guidate, scrivendo un’email all’indirizzo drm-pug.gallerianazionaledellapuglia@cultura.gov.it. La Galleria nazionale della Puglia è aperta dal lunedì al sabato (festivi inclusi) dalle 8.30 alle 19.15 (ultimo ingresso ore 18.30) e la domenica dalle 8.30 alle 13.30 (ultimo ingresso ore 13). L’ingresso alla mostra “La bellezza dietro le grate” è incluso nel biglietto per la Galleria (intero 6 euro, ridotto 2 euro).

 

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