“Processo a Dante Alighieri”, l’uomo dietro il mito va in scena tra poesia e provocazione

Da sinistra: Francesco Paolo Ricci, Mario Sicolo, Nicola Fiorino Tucci
Appuntamento alle 19 del 29 aprile nell’auditorium “De Gennaro”
Far riemergere il Dante uomo, spesso schiacciato dal peso del suo stesso personaggio, con tutte le sue emozioni, fragilità e reazioni istintive. È da questa volontà che nasce “Processo a Dante Alighieri“, spettacolo frutto della collaborazione tra il Comune di Bitonto, l’Associazione Docenti Bitonto e il Comitato bitontino della Società Dante Alighieri e presentato ieri sera a Palazzo Gentile.
A portare i saluti istituzionali il sindaco Francesco Paolo Ricci: «Voglio vivere una visione focalizzata sulla nostra città, e penso sia giusto così. È giusto preoccuparci dei problemi che riguardano il nostro territorio. Ma posso assicurarvi, per il ruolo che ricopro e confrontandomi con altri sindaci, che i problemi sono ovunque. Il messaggio forte non è solo nel Barese senza i baresi, ma in tutta la Puglia, in Italia. Basta aprire un giornale per rendersene conto: la cronaca ci racconta ogni giorno di valori persi, di punti di riferimento smarriti. Stiamo perdendo la cultura, il linguaggio, persino il modo di comunicare. Questi cellulari ci allontanano nei rapporti umani, quando invece dovrebbero essere strumenti per rinsaldare i legami».
L’iniziativa è un’opportunità: «È un percorso di socializzazione – conclude il primo cittadino – di umanizzazione, di ritrovare quello spirito di comunità che dovrebbe animarci. Saremo presenti almeno nel momento conclusivo, ma sappiamo bene che dietro questo evento c’è tanto lavoro, passione, un impegno non comune. Ed è proprio questo che va premiato. È bello vedere tutti protagonisti di un momento che, per quanto mi riguarda, voglio inserire in un percorso condiviso, che tutti dobbiamo fare per continuare a far crescere questa nostra società».
Ma quale spazio trova il Sommo Poeta nelle scuole? «Parlo per la mia esperienza personale – spiega il giornalista Mario Sicolo – Purtroppo l’oscillazione è sempre la stessa: o una marcata caratterizzazione pop, oppure delle derive che cercano di attualizzare in modo, a mio avviso, troppo brusco, crudo, quasi crudele, il personaggio di Dante Alighieri. C’è sempre stata, sin dai tempi, un’ipertrofia interpretativa: due versi in una pagina e sotto un manifesto con una moltitudine di parole che si rincorrono, una giungla visiva che richiede gli occhiali, e non solo per i romantici. Ecco perché ringraziamo sempre chi porta un approccio diverso».
«Nicola (Tucci ndr) – aggiunge – ha il gusto della provocazione, ma non è mai fine a sé stessa. Lo vedremo anche adesso. Approfitto per esprimere la mia ammirazione per tutto il lavoro svolto dall’associazione docenti, attiva da 22 anni: un’associazione culturale che riesce a mettere insieme tante persone, anche appartenenti a una categoria che non sempre vive in reciproca serenità. Non è facile. E Nicola, oltre a questo, ha dato un impulso concreto agli studi danteschi nella nostra città. In particolare, quest’anno ha costruito un percorso molto significativo. Negli anni scorsi ha sempre dato suggerimenti, cercato di fare squadra tra i docenti di materie letterarie per offrire ai ragazzi spunti validi».
A chiudere la serata con una profonda riflessione sul Dante uomo, e non personaggio, il professor Nicola Fiorino Tucci: «Riscopriamo l’aspetto più profondamente umano del ritrovarsi, dell’incontrarsi per realizzare qualcosa insieme, ma soprattutto per migliorare i rapporti che dovrebbero caratterizzarci come comunità. Al di là delle polemiche, spesso strumentali, ciò che voglio sottolineare è che ciò che andrà in scena vuole essere una provocazione ben mirata: la riscoperta dell’essere umano Dante. Come tutti noi, anche lui ha risentito di emozioni forti: rabbia, reazioni istintive, spirito polemico. Pensiamo a Bonifacio VIII: la critica moderna lo considera uno dei migliori pontefici del tardo Medioevo. E in effetti è così: pensate che il diritto canonico che si studia ancora oggi è opera sua. Dopo 700 anni, è ancora vigente».
«Oppure – conclude – pensiamo a Paolo e Francesca. Francesca, come tutte le donne del Medioevo, non era una persona colta, non poteva esserlo: era vietato alle donne leggere e scrivere. Figuriamoci se poteva conoscere la poesia provenzale. Eppure, quando dice “quel giorno più non vi leggemmo avante” c’è tutta la forza di una donna che, pur priva di strumenti culturali, dimostra una volontà assoluta. C’è un passaggio in particolare: “Amor condusse noi ad una morte”. “Una”, non è l’articolo ma un latinismo, significa “una sola”. Non è casuale. Indica che quella donna ha scelto, con determinazione, di condividere anche il momento estremo, la morte. Ci sono aspetti fondamentali nella Commedia che, se letti con attenzione, ci mostrano chi è davvero l’uomo Dante, con tutte le sue opere, le sue passioni, le sue fragilità».
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