“Il falso possibile, la cultura del falso”, ieri il talk show al Traetta

Nella nostra città la prima tappa de “L’Oltre Lirica Music Festival Classic & Contemporary”

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Il coro

Un viaggio nel complesso rapporto tra realtà, verosimiglianza e manipolazione della verità: questo è stato il cuore di “Il falso possibile, la cultura del falso“, il talk show che ha animato il teatro Traetta ieri sera. Condotto dal giornalista Ugo Sbisà, il dibattito ha intrecciato riflessioni profonde sul tema del falso con l’accompagnamento musicale di Ettore Papadia al pianoforte.

Dopo i saluti istituzionali dell’assessora Dalila Cariello il primo degli ospiti a prendere la parola è il direttore del consorzio regionale per le arti e cultura Puglia Culture Sante Levante: «Noi che siamo un consorzio, una rete di enti locali  guardiamo veramente con attenzione a tutto ciò che è capace di produrre aggregazione anche attorno a atematico come quella che affrontiamo oggi… voglio ricordare le parole di un grande attore, Gigi Proietti, “Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma nulla è falso”. Il teatro ci aiuta a riflettere, ad aprire uno spaccato surreale».

Ad affrontare il falso e il plagio nella musica il critico Eraldo Martucci, che ricorda fra i tanti uno dei casi più noti degli ultimi anni: la disputa tra Al Bano e Michael Jackson. Nel 1991, infatti, il leone di Cellino San Marco presentò un esposto per plagio riguardo il brano “Will you be there” che presentava 37 note identiche a quelle de “I cigni di Balaka”, canzone nel 1987. La questione diede il via a una battaglia legale durata nove anni. L’esito? Si scoprì che entrambi gli artisti avevano copiato “Bless You for Being an Angel”, un brano blues degli anni ’30 scritto da Eddie Lane e Don Baker.

A portare la sua esperienza come giornalista anche Valentino Losito: «Un buon cronista deve essere umile, sa di non sapere. I vecchi maestri di giornalismo insegnavano che, per svolgere questo mestiere, occorrevano passione, impegno e scarpe comode e ben risuolate: il giornalista doveva andare a cercare, trovare e verificare la verità, senza mai pretendere di possederla. Un buon cronista è, o dovrebbe essere, un servitore umile della realtà, un ricercatore incessante di verità. Non possiamo mai affermare di possederla, neppure quando la scriviamo. Mi piace pensare al giornalista come a un pellegrino della parola, che raccoglie e trasmette le storie con grande umiltà. D’altronde, si dice spesso che i giornalisti sono i più enciclopedici degli ignoranti, perché devono saperne un po’ di tutto e, all’occorrenza, rispondere a domande su politica, musica o attualità. Oggi, con le nuove tecnologie, le notizie possono sfuggire nel momento meno atteso. Ricordo ancora quando, in quegli anni, arrivò una notizia drammatica dall’altra parte del mondo, che i giornali riuscirono a coprire senza “buchi”,  senza mancare di riportare un evento cruciale. Noi giornalisti viviamo con il terrore del “buco”, quella finestra aperta su un fatto che non abbiamo raccontato».

A mettere in luce il “Codex Seraphinianus”, un caso tanto interessante quanto unico, Chiara Cannito, scrittrice e presidente della cooperativa Ulixes. «Un giorno, durante un incontro con l’Università della Terza Età, un professore di matematica pose una domanda interessante ai presenti: “Secondo voi, la matematica è un’invenzione o una scoperta?” Chiese ai presenti di alzare la mano per rispondere. La maggior parte era d’accordo: la matematica è una scoperta. Coloro che scelgono di dedicarsi alla matematica intraprendono un percorso magnifico, volto a scoprire le leggi che regolano la natura e a comprenderle. Diversamente, l’arte, la letteratura e il teatro non scoprono leggi naturali, ma inventano e reinventano mondi, creando finzioni che, pur non essendo reali, non sono “false”».

«Con questa premessa – continua –  entriamo nel meraviglioso “Codex Seraphinianus“, pubblicato da Franco Maria Ricci, un’opera surreale e poliedrica scritta in una lingua completamente inventata. Un’opera che combina scienze umane e naturali in un mosaico di immagini e parole, dando vita a una realtà nuova, affascinante, inquietante, mostruosa, ma anche incredibilmente suggestiva. È un’opera che Calvino definì capace di trasmettere un’angoscia peculiare non per la sua diversità dal nostro mondo, ma per la sua somiglianza. In questo universo alternativo, troviamo immagini straordinarie, come un fiore che nasce da un oggetto misterioso o figure che sfidano le nostre convenzioni. La bellezza dell’opera sta proprio nel suo modo di rivelare un’altra logica e un altro linguaggio. Ci fa riflettere sul concetto di “mostruoso” e “straordinario”: ciò che è fuori dal comune non è solo brutto o inguardabile, ma può essere incredibilmente affascinante. Alcune immagini, come quella di una donna che si trasforma in un computer o pesci che emergono dall’acqua come occhi misteriosi, spingono ogni spettatore a dare la propria interpretazione e a trovare significati nascosti. Queste opere, come le carte usate in psicoterapia, rivelano molto di chi le osserva, portando alla luce nuovi modi di guardare il mondo».

Ultimo degli interventi quello di Mariella Vitucci, giornalista e caporedattrice di BitontoLive. «Oggi – spiega – il vero obiettivo dell’informazione, purtroppo, è il verosimile, cioè ciò che sembra vero fino a essere accettato come tale. Questo è il fondamento su cui si basano molte fake news. Viviamo in un’epoca dove il falso viene camuffato da verità, e un esempio eclatante è il caso recente di un’insegnante accusata ingiustamente di abusi sessuali. La sua identità era stata falsificata attraverso un profilo hackerato e la vicenda si è diffusa in chat di genitori, scatenando una reazione esagerata e violenta. Questo caso dimostra come le false informazioni, spesso non verificate, possano distruggere la reputazione di una persona. Le fake news non sono una novità; storicamente si sono sempre diffuse falsità credute vere. Anche in passato, grandi storici si sono fatti ingannare da ciò che appariva vero. Oggi, tuttavia, la tecnologia e i social network amplificano il fenomeno, rendendo tutto più complesso. Il confine tra realtà e finzione diventa sempre più labile, soprattutto quando entrano in gioco strumenti come l’intelligenza artificiale, capaci di generare contenuti che sembrano autentici. In questo contesto, il problema delle notizie false riguarda anche la scienza e la cultura, dove persino ricerche o immagini possono essere manipolate. È cruciale mantenere un approccio critico e utilizzare strumenti come il fact-checking per distinguere il vero dal falso. Questo, tuttavia, richiede un impegno costante non solo da parte dei giornalisti ma anche del pubblico, che deve saper discernere e non accettare tutto passivamente. La disinformazione è un veleno che mina la nostra capacità di comprendere la realtà, e il compito di contrastarla è più urgente che mai».

«Trovare giovani che vogliono diventare giornalisti oggi è difficile – conclude – I ragazzi non subiscono più il fascino di questa professione perché sono disillusi: sanno che ciò che scrivono su un giornale avrà lo stesso peso di quello che potrebbe scrivere chiunque altro online. Non voglio essere troppo disfattista, perché esiste ancora uno spazio di approfondimento e di professionalità, ma il problema è che l’iperinformazione è una droga che ruba la vera informazione».

A chiusura della serata, il coro dell’Università della Terza Età, diretto dal maestro Gianni Leccese, si è esibito, regalando al pubblico un momento di grande emozione.

 

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