Vito Carlo Castellana: visioni e prospettive del neo coordinatore nazionale Gilda

Il sindacalista bitontino punta su sburocratizzazione della scuola, valorizzazione dei docenti e risoluzione del precariato

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La carriera sindacale del bitontino Vito Carlo Castellana ha raggiunto un nuovo traguardo lo scorso 4 ottobre, quando è stato eletto coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti con circa l’80% dei voti. Dopo anni di impegno a difesa dei diritti dei docenti e del sistema educativo, questo incarico segna l’inizio di una nuova fase in cui guiderà il sindacato a livello nazionale, affrontando sfide cruciali per migliorare le condizioni lavorative degli insegnanti e il futuro della scuola pubblica.

Ma chi è Vito Carlo Castellana? Inizia a insegnare nel 2003 e, dopo alcuni anni di precariato, si avvicina al sindacato per tutelare i propri diritti. Entra di ruolo nel 2010, torna nella sua Bitonto e, un anno dopo, assume la direzione provinciale della Gilda, un ruolo che ha ricoperto alternando l’attività sindacale con il ritorno in classe. «Per me – premette – un buon sindacalista deve avere una profonda conoscenza del lavoro che svolgono i colleghi».

Nel 2016 diventa coordinatore provinciale di Bari, in un processo di rinnovo generazionale all’interno del sindacato. Quest’incarico gli permette di confrontarsi anche con le dinamiche nazionali, collaborando con la rivista Professione docente e con il blog Info docenti. Nel 2021 viene riconfermato come coordinatore provinciale e, nello stesso ottobre, diventa dirigente nazionale della Gilda.

Castellana affronta con BitontoLive i principali problemi del sistema scolastico e le difficoltà che affrontano gli insegnanti.

 

Quali sono le sue priorità come nuovo coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti?

«La priorità principale è valorizzare la professionalità degli insegnanti, sia dal punto di vista stipendiale che contrattuale. Noi siamo sostenitori della contrattazione separata, perché crediamo che il personale docente e non docente debba essere valorizzato in modo adeguato. Uno dei principali problemi è rappresentato dalla burocrazia, che sottrae tempo ed energie agli insegnanti, tempo che dovrebbe essere invece dedicato alla didattica e al riposo. Un altro punto cruciale è la risoluzione del problema del precariato, affiancata da organici più adeguati alle nuove esigenze, con classi meno affollate e una migliore qualità degli ambienti scolastici. La scuola deve tornare a fare la scuola, incentivando la didattica e difendendo la scuola pubblica statale. Bisognerebbe favorire i tempi continuati, uno strumento che lo Stato ha per contrastare l’abbandono scolastico, soprattutto al Sud, dove questo fenomeno è più diffuso. Ritengo anche importante rendere obbligatoria la scuola dell’infanzia, in modo da garantire una base educativa solida fin dai primi anni. Il mio obiettivo è portare a livello nazionale le buone pratiche che abbiamo sviluppato a Bari, cercando di rendere capillare il lavoro svolto finora. La mia ricetta per una scuola di qualità mette al centro insegnanti e dirigenti, perché sono loro il cuore del sistema scolastico».

 

Quali sono le principali sfide che gli insegnanti italiani affrontano oggi? 

«Alcune soluzioni per migliorare il sistema scolastico non richiedono costi aggiuntivi, basterebbe intervenire a livello contrattuale per definire meglio i confini della scuola. Attualmente, l’autonomia scolastica mette in competizione le scuole tra loro, creando una sorta di “anarchia” con calendari diversi persino per istituti dello stesso territorio, complicando anche il sistema di trasporto scolastico. Dobbiamo ridefinire questi confini e armonizzare il funzionamento delle scuole. Il calo del tasso di natalità e la conseguente competizione tra scuole per “accaparrarsi” gli studenti sta distorcendo l’obiettivo principale dell’educazione: tornare a una scuola che metta davvero al centro lo studente, cosa che spesso non avviene a causa dell’eccessiva enfasi sui progetti scolastici, il cosiddetto progettificio. Lo Stato deve rendersi conto che la scuola ha bisogno di maggiori risorse economiche. Siamo in fondo alle classifiche europee per investimenti nell’istruzione, e dobbiamo cambiare rotta. Non è possibile avere un nuovo sistema di reclutamento ogni volta che cambia il governo. Servono regole stabili che garantiscano qualità e continuità nel tempo. L’attuale situazione è l’emblema della disattenzione dello Stato nei confronti della scuola: gli insegnanti sono sovraccaricati di incombenze e finiscono per svolgere anche i ruoli di assistenti sociali e psicologi. È necessario intervenire per alleggerire questo peso. Infine, l’autonomia differenziata rischia di frammentare ulteriormente la cultura dello Stato e creare differenze nel reclutamento a livello regionale. Mi preoccupa l’ingresso della politica locale nelle scuole, perché potrebbe compromettere l’unità del sistema educativo. Almeno oggi abbiamo regole certe, ma dobbiamo fare attenzione a non perderle».

 

Qual è la sua opinione sulle recenti riforme scolastiche e quali cambiamenti ritiene necessari? E sul rapporto tra il sindacato e il Ministero?

«La scuola non ha bisogno di riforme epocali: serve una sburocratizzazione con una didattica al centro di tutto. L’idea che la scuola debba essere ancorata al mondo del lavoro è parzialmente corretta. Non deve semplicemente addestrare i ragazzi a un singolo lavoro o al ruolo specifico. Deve invece formare i cittadini, preparando gli studenti ad affrontare le sfide non solo lavorative, ma anche della vita. L’obiettivo principale è sviluppare la capacità di adattarsi ai cambiamenti, aprire la mente e stimolare lo spirito critico. Il sistema educativo non deve diventare uno strumento funzionale solo al mercato del lavoro. Al contrario, la formazione specifica per il mondo professionale dovrebbe essere a carico delle aziende,  altri paesi già investono in questo tipo di sviluppo. Le recenti riforme sembrano avvantaggiare le imprese, riducendo il loro investimento nella formazione e trasferendo questo compito sulle spalle della scuola».

 

Parliamo del sistema di reclutamento e valutazione degli insegnanti. Ci sono criticità? Come migliorarlo?

«Il sistema di reclutamento degli insegnanti cambia continuamente, rendendo il processo instabile e imprevedibile. Il sistema attuale dei crediti formativi a pagamento è inaccettabile: si finisce per pagare per poter insegnare, senza alcuna esenzione basata sul merito o sul reddito. Questo è un chiaro segno di come la scuola venga vista come un “bancomat” da cui attingere risorse economiche, ed è una situazione terribile. La soluzione, secondo me, è adottare un sistema a doppio canale: chi ha già ottenuto l’abilitazione dovrebbe semplicemente attendere i pensionamenti, senza dover affrontare ulteriori costi o incertezze per entrare nel mondo dell’insegnamento».

 

Come può la Gilda rispondere alle preoccupazioni degli insegnanti? Specialmente quelli più giovani e i neoassunti.

«Una delle principali preoccupazioni riguarda il peso della burocrazia e il processo di formazione iniziale degli insegnanti. Anche le domande di trasferimento rappresentano una fonte di ansia per molti docenti, che temono l’incertezza legata a questi cambiamenti. È fondamentale tutelare i docenti, soprattutto in relazione ai rapporti con le famiglie, che spesso intervengono in modo pesante e non sempre costruttivo. I docenti devono essere protetti da eventuali aggressioni, consentendo loro l’accesso gratuito all’Avvocatura dello Stato in questi casi. Il 90% delle aggressioni sono di natura verbale e psicologica, e queste situazioni richiedono un’attenzione particolare. È altrettanto importante credere nella formazione degli insegnanti, che deve essere di alta qualità. In Francia, ad esempio, esiste un anno sabbatico dedicato alla formazione professionale, un’opportunità che permetterebbe ai docenti di staccare dal lavoro quotidiano e di migliorare la propria preparazione. Sarebbe un’iniziativa molto utile anche da noi, perché contribuirebbe ad aumentare la qualità dell’insegnamento».

 

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