Paolo Caprio, ucciso a pugni senza un perché. La sorella Anna: «Non possiamo darci pace»

Paolo Caprio
Un delitto che ha sconvolto Bitonto, avvenuto all’alba del 5 settembre 2021. Dopo quasi tre anni, la ferita resta aperta
Le 2:30 del 5 settembre 2021. La vita di Paolo Caprio, 40 anni, si spezza quella notte nella stazione di servizio Dill’s su via Modugno. Ucciso da quattro ganci assestati alla testa. Un quinto colpo va a vuoto mentre cade a terra esanime. La sequenza viene ripresa e registrata dalle telecamere di videosorveglianza puntate sull’area esterna, piena di gente in quella notte d’estate. Su una panca c’è Fabio Giampalmo, ex pugile ventenne. Si alza di scatto, in pochi passi raggiunge Caprio che fuma tenendo l’altra mano in tasca, e senza una parola né uno sguardo lo colpisce. Una, due, tre, quattro, cinque volte. Poi scappa via insieme alla compagna e agli amici. In pochi attimi spariscono tutti, restano solo il conoscente che si era fermato a bere e chiacchierare con Paolo, e il barista che tenta di farlo rinvenire con dell’acqua. Ma lui è già morto.
Pochi secondi di furia spengono la vita di questo giovane padre, marito, figlio e fratello, lasciando nella disperazione e nel tormento le donne della sua famiglia. Paolo era l’unico figlio maschio di Francesco, scomparso nel 2004 dopo una lunga malattia, e di Renate Ingrid. Si erano conosciuti e innamorati sul lavoro, in Germania, alla Volkswagen. Lei, appena ventenne, aveva lasciato tutto per seguire il fidanzato a Bitonto. Dal matrimonio erano nati quattro figli: Bianca, Tiziana, Anna e Paolo. «Mia madre non è mai riuscita ad integrarsi bene qui, viene da una cultura troppo diversa. Lei vive per noi, per la sua famiglia. Paolo era il suo cocco, il figlio più piccolo, il maschio tanto desiderato. Averlo perso in un modo così orribile l’ha sprofondata in un dolore muto» racconta Anna, sorella di Paolo. Tra loro, solo due anni di differenza e un legame d‘acciaio.
È lei a voler parlare, pochi giorni dopo la sentenza d’appello che ha confermato la condanna a 21 anni di carcere per Fabio Giampalmo. Il 12 giugno la sua difesa, nel processo di secondo grado, ha chiesto di derubricare il delitto da volontario a preterintenzionale, con riduzione della pena a 12 anni. Secondo gli avvocati Giovanni Capaldi e Nicola Quaranta non ci fu volontà di uccidere, ma i giudici d’appello hanno convalidato la condanna. «Non siamo felici perché niente può restituirci Paolo, ma chiediamo giustizia. Mio fratello è stato ucciso con un atto di violenza inaudita e immotivata, e non potremo mai darci pace per questo» commenta Anna, che si è costituita parte civile insieme alla madre, alle sorelle, alla vedova e alla figlia di Paolo. «Finora – dice – abbiamo sempre scelto il silenzio, perché non sapevamo cosa fosse giusto o non giusto dire. Ma credo che sia giusto che la gente sappia chi era Paolo, e quanta sofferenza ci è stata causata senza un perché. Ed è proprio questo che ci tormenta».
Perito elettronico, Paolo Caprio lavorava come elettricista, imbianchino e cartongessista. «Si dava molto da fare, era dedito al lavoro. Il giorno in cui è stato ucciso era una domenica ma avrebbe dovuto lavorare già dalle 7. Dopo una serata in pizzeria aveva accompagnato a casa la famiglia ed era andato a comprare le sigarette. Non è più tornato» ricorda Anna. I suoi grandi occhi chiari, gli stessi di Paolo, si riempiono di lacrime. Rivive l’incubo di quelle ore.
«Alle 8 di mattina mi ha chiamato mia cognata Lucia, la moglie di Paolo, che lavorava in pasticceria. I carabinieri si erano presentati da lei per comunicarle che era successa una cosa gravissima a Paolo. Pensò subito a un incidente, invece poi le dissero che era morto ma che era necessario che lei si presentasse in caserma con un avvocato. Io sono stata la prima persona che ha chiamato, ma non ho risposto subito perché erano le 8 di domenica mattina. L’ho richiamata dopo circa mezzora e piangeva disperata. Ripeteva solo “Paolo è morto, è morto. Anna corri, vienimi a prendere”. Ricordo che urlai con mia figlia piccola in casa, Simona è rimasta traumatizzata da quella mattina. Mi vedeva solo correre e piangere. Mi sono vestita in un lampo e sono corsa via».
Anna si ferma un attimo e inghiotte le lacrime, poi riprende: «Sono andata dai carabinieri con Lucia e ci hanno ribadito che non potevano riferirci i fatti senza un avvocato. Ho chiamato subito Rossana Fallacara, che conoscevo molto bene, e ci ha raggiunte in caserma. Solo allora ci hanno detto che Paolo era stato picchiato, era caduto e aveva battuto la testa ed era morto, e che si trovava in obitorio al Policlinico di Bari. Ero sotto choc, ma mi sono dovuta fare coraggio per andare a portare la notizia a mia madre. Ricordo che entrai nella stanza e le dissi che era successa una cosa bruttissima a Paolo. Lei mi guardò, si sedette sul divano e aspettò in silenzio. Pianse tutte le sue lacrime, poi il buio. Il sorriso di mia madre se n’è andato per sempre insieme a Paolo».
Il funerale si è celebrato quattro giorni dopo, il giovedì. Lutto cittadino, basilica dei Santi Medici gremita e un’onda collettiva di dolore e indignazione.
«Abbiamo chiesto un esame autoptico aggiuntivo – spiega Anna Caprio – perché era importante stabilire come fosse morto Paolo e dove fosse stato colpito. La perizia è stata eseguita dal professor Franco Introna. Al processo ha dichiarato che i colpi letali sono stati inferti al cranio, con violenza e precisione».
Anna è una donna forte, ma non riesce a capacitarsi della morte del fratello. «Paolo – ricorda – mi ripeteva sempre che ero una testa dura e che dovevo cambiare. Eravamo molto legati, l’ho cresciuto praticamente io. Quando frequentavo le elementari alla scuola Caiati andavo a prenderlo all’asilo perché allora era consentito, lo seguivo nei compiti. Era mio fratello piccolo ed era bellissimo. Mi assecondava, lo costringevo a giocare con le bambole, gli facevo i dispetti. Le mie sorelle erano più grandi di me di 4 e 8 anni, stavo sempre con Paolo e mi manca tantissimo. Col matrimonio naturalmente ci siamo un po’ allontanati perché presi dai figli, dagli impegni, ma siamo sempre rimasti uno la spalla dell’altro. Quando è mancato mio padre, lui è diventato l’uomo di casa».
Poi Anna ricorda l’ultima volta in cui l’ha visto in vita: «Era il 17 agosto. Aveva portato allo Zoosafari mia figlia Simona con la sua Angelica. Sono quasi sorelle, hanno solo due anni di differenza. Le bambine e tutte noi soffriamo tanto, la morte di Paolo è stata uno tsunami che non abbiamo ancora elaborato. Il mio tarlo, soprattutto nei primi mesi, era il motivo: non capivo perché, e non dormivo, mi tormentavo. Mi sono letta tutti i fascicoli dell’inchiesta, ho guardato e riguardato la videoregistrazione di quella notte. Perché? Chi è questa persona? Perché ha aggredito Paolo? Lui non lo conoscevamo, mai visto. Cosa può aver fatto Paolo per innescare tanta rabbia? Giampalmo ha dichiarato che mio fratello guardava le ragazze della sua comitiva, fatto smentito dalle telecamere di videosorveglianza. Si vede Paolo entrare e uscire dal bar, parlare e fumare con il suo conoscente, un cliente a cui avrebbe dovuto ristrutturare la casa. Sono rimasti lì per un’ora, sempre per conto loro. Una serata normale in mezzo a tanta gente, poi la tragedia».
Per la difesa, la famiglia di Paolo si è affidata agli avvocati Rossana Fallacara e Massimo Roberto Chiusolo. «Lo strazio più grande è non sapere il perché di questo omicidio così brutale. Non possiamo darci pace. Ho creato un gruppo Facebook, GIUSTIZIA per PAOLO, per coinvolgere l’opinione pubblica. Mio fratello non tornerà – dice Anna – ed io lo piangerò a ogni compleanno, a ogni Natale, a ogni Pasqua, ogni momento in cui mi viene in mente, però la sua morte deve servire a scuotere le coscienze. Noi dobbiamo poter camminare per strada non dico stando tranquilli, perché ci sarà sempre il deficiente di turno che si sentirà legittimato a darti uno spintone, ad insultarti mentre guidi, ma un atto così gratuito e violento no, non è ammissibile».
«Chi l’ha commesso – continua – si deve prendere la responsabilità di quello che ha fatto. Durante il processo lui abbassa lo sguardo, si estrania. Non so se si è pentito, subito dopo il delitto disse alla madre che l’avrebbe rifatto… Non so cosa gli sia passato per la testa, non si è fermato di fronte ad una persona inerme, gli ha sferrato cinque pugni. E Paolo non ha avuto neanche il tempo di reagire. Una violenza fuori controllo, tant’è che in primo grado il pm aveva chiesto l’ergastolo. Se a sferrare quei pugni fosse stata una persona inesperta di boxe, forse non sarebbero andati a segno o comunque non avrebbero avuto quella forza letale. I colpi sono stati precisi, reiterati. Io non ho avuto il coraggio di entrare nella camera mortuaria, ma chi ha visto mio fratello ha detto che era pienissimo di ematomi, irriconoscibile, martoriato. Io mi batto per il diritto a vivere senza avere paura di uscire, di stare in mezzo alla gente. In quella stazione di servizio ci sono tornata soltanto una volta, al trigesimo della morte di Paolo, per lasciare un bouquet di fiori là dove è stato ucciso. Poi mai più, fa troppo male».
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