Il cinema per fare memoria: al Traetta l’orrore della Shoah

Marco Lovero
“Memoria…cort” al Traetta

Ieri sera la proiezione di tre cortometraggi, per iniziativa dell’associazione Just Imagine

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“Memoria…cort” al Traetta
“Memoria…cort” al Traetta

Proseguono gli appuntamenti della decima edizione di Memento, il progetto culturale dell’amministrazione comunale per riflettere sui genocidi, in particolare Shoah e Foibe, con “Memoria…cort” iniziativa dell’associazione Just Imagine per ricordare gli orrori del secondo conflitto mondiale attraverso tre cortometraggi commentati dalla presidente dell’associazione Viviana Minervini e dal giornalista Mario Sicolo.

Il primo è stato “La stella di Andra e Tati”, cortometraggio animato della RAI che racconta la storia (vera) delle sorelle Bucci, ebree fiumane deportate ad Auschwitz-Birkenau fra i più importanti testimoni dello sterminio degli ebrei. L’opera, seppur edulcorata per il pubblico più giovane, mostra gli orrori del campo dal punto di vista delle sorelle: si passa dalla ricerca di oggetti di valore nei vestiti dei prigionieri alle visite del dottor Josef Mengele, «un uomo in camice bianco che veniva a scegliere i bambini per i suoi esperimenti», criminale di guerra che sottoponeva le vittime a trattamenti disumani per dimostrare la superiorità della razza.

Figura importantissima per Andra e Tati è la madre Mira, che in rare occasioni riusciva a vedere le sue figlie. La donna, a causa delle privazioni del campo, era diventata «sofferente, senza capelli, così magra e pallida. Era diventata… brutta, non la riconoscevamo più». Riusciva però a dare una raccomandazione alle sue bambine: «Non dimenticate mai i vostri nomi», una frase che si contrappone alla dimensione del campo in cui l’individuo perde la sua identità, rimpiazzata dai numeri tatuati sul braccio.

Finita la guerra, le sorelle Bucci vennero trasferite prima in un orfanotrofio vicino a Praga e successivamente in Inghilterra, permanenza vista come «il momento più felice della nostra vita», dove ritrovarono l’amore e la normalità con piccoli gesti. Il cortometraggio si conclude con un cliffhanger di eccezionale intensità: le bambine vengono accompagnate a Roma nel 1946, dove ritrovano la madre. La famiglia Bucci, superato l’imbarazzo iniziale, si chiude in un silenzioso abbraccio, circondata dai genitori delle vittime dell’Olocausto che mostrano le foto dei figli dispersi nella vana speranza di avere notizie. È un lieto fine solo apparente: ci vorrà tempo per recuperare il rapporto della famiglia e le ferite, il ricordo degli orrori del campo di concentramento accompagnerà per sempre i personaggi.

Proiettato anche “La vita mia”, documentario e ritratto della nonna  centenaria del regista bitontino Saverio Cappiello, che lotta contro la malattia aiutata dai suoi figli, nel tentativo di preservare la memoria. «È un corto a cui sono molto legato – spiega il regista in un videomessaggio – che nasce dalla voglia di fare un ritratto di mia nonna, polacca emigrata alla fine della seconda guerra mondiale semplicemente per avere un archivio dei suoi ricordi. Sapevo che potevano essere gli ultimi momenti in cui poteva raccontare. Succede però l’imprevedibile: la sua demenza senile era ormai dilagante, intaccando perfino ricordi che sembravano indimenticabili e creando una situazione paradossale in cui sono stati i suoi figli ad aiutarla a ricordare».

Il cortometraggio finale – “1943-1997” – porta la firma di Ettore Scola ed è ambientato nell’ottobre del ’43 durante il rastrellamento del ghetto di Roma. Ha come protagonista un giovane ebreo che trova riparo in un cinema. La telecamera sposta l’inquadratura sul grande schermo, ci sono Mussolini e Hitler, sequenze tratte da opere come “Il Grande Dittatore”, film satirico di Charlie Chaplin, ”Roma città aperta” e “Ladri di biciclette”, capolavori del Neorealismo di Rossellini e De Sica, “Ricomincio da tre” e “Il postino” di Massimo Troisi. Tutte scene che raccolgono gli aspetti più profondi, significativi della vita.

Ci ritroviamo nel ’97 e il giovane ebreo è ormai anziano. Un giovane nero entra nel cinema ansimante, anche lui è inseguito da qualcuno. Il vecchio e il ragazzo si scambiano un lungo sguardo. Nell’intensità del momento la fuga dall’oppressore assume un carattere più ampio, diviene fuga dalla paura, dalla sofferenza, dalle ingiustizie mentre il cinema diviene porto sicuro, pronto ad accogliere e proteggere chi ne ha bisogno.

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