“Il diritto in piazza”, ieri il dibattito sul fine vita con monsignor Savino ed Englaro

La Redazione
Savino ed Englaro per "Il Diritto in Piazza"

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Ieri mattina, per la terza edizione de “Il diritto in piazza”, si è tenuto il dibattito “Il rapporto medico-paziente: tra deontologia e responsabilità”con la partecipazione di Rosa Anna Depalo, presidente sezione GIP del Tribunale di Bari, Nicola Romualdi, responsabile RCG e Tutela legale-Danni Retali Generali Spa, e Pier Luigi Pantani, responsabile RC Professioni sanitarie-Danni retail Generali Spa.

La Depalo ha affermato che «il medico deve essere giudicato colpevole solo oltre ogni ragionevole dubbio. Dobbiamo accertare che il danno subito dal paziente sia realmente dovuto alla condotta del medico. Il metodo scientifico, la ricerca all’indietro, è una regola del processo. Abbiamo un indizio da cui poi risalire alla verità processuale». Romualdi ha spiegato che «il tema è complesso. I protocolli che devono tutelare cittadini e medici (figure terrorizzate, perché oggetto di denunce) dovrebbero essere normati dal comitato scientifico. La Legge Gelli, oltre a definire l’obbligo di copertura assicurativa per ospedale e professionisti, va a fissare il perimetro delle coperture delle responsabilità. Finalmente bypassa i dubbi causati da difficoltà di applicazione». Infinde, Pantani ha concluso affermando: «Dobbiamo essere capaci di tutelare sia professionisti sia pazienti. Lo Stato ha fatto un’azione sociale, dicendo che la copertura è necessaria, ma ci siamo fermati nelle strade di mezzo, perché non c’è sanzione immediata per chi non si assicura».

Vincenzo Cirasola, presidente nazionale Anapa, ha poi aggiunto che: «L’auto l’assicurano tutti, altre assicurazioni invece non sono obbligatorie e l’Italia è indietro su questo tema. Gli italiani spendono 108 miliardi per il gioco d’azzardo: investiamo sul rischio, ma non sull’assicurazione. La polizza sanitaria costa meno di un iPhone e si può avere diritto a scegliere i migliori medici italiani. E’ vero, l’assicurazione non è necessaria perché c’è la sanità pubblica, ma vi invito a pensarci».

Nel pomeriggio di ieri, invece, il festival è continuato nel Teatro Traetta con il dibattito su salute e fine vita dal titolo “Con dignità, fino alla fine?”.

Mons. Francesco Savino (Vescovo di Cassano allo Jonio) ha introdotto l’incontro, affermando: «Alcuni decreti negli ultimi anni hanno visto me come vescovo appellarmi o all’obiezione di coscienza o alla disobbedienza civile. Dobbiamo riscoprire la bellezza di dire ‘non ci sto’. Faccio un discorso laico, non dobbiamo rinunciare alla regione. In questo primo scorcio di millennio stiamo vivendo il transumanesimo e il transcristianesimo. Si va verso il dare all’intelligenza artificiale una serie di compiti. Legge 38 del 2010 sulle cure palliative è ancora oggi troppo disattesa. Dobbiamo tornare a dialogare, ma senza appartenenze ideologiche. Oggi si va affermando l’ideologia del pensiero imperialistico unico, omologato e omologante. Io immagino il cuore pensante o l’intelligenza emotiva di Englaro nel dilemma tra l’amore assoluto che aveva per Eluana e la decisione di dire che sua figlia non dovrebbe stare più in quella gabbia che è diventato il suo corpo. Io di fronte a queste situazioni di frontiera non sono capace di fare affermazioni apodittiche o dogmatiche, ma mi limito a fare delle domande. Davanti alla malattia terminale esistono solo quelle. Dovremmo porci oggi grandi domande di senso e significato, sempre orientate alla persona.

Poi, che amarezza come cittadino Italiano vedere il Parlamento silente per 12 mesi su queste grandi questioni. Se i giudici devono essere supplenti, la nostra democrazia è molto debole. Di fronte alla povertà della politica, è ovvio che la Corte si sia dovuta esprimere. Ma attenzione: c’è solo un comunicato stampa per ora, non una sentenza. Non si parla di eutanasia, ma di agevolazione al suicidio, e pone tre condizioni molto specifiche e limitanti».

Beppino Englaro, poi, ha raccontato la sua esperienza personale: «La nostra è una storia della forza della semplicità. Eluana nel 1992 èentrata subito in coma dopo ungrave incidente, ma già aveva visto la rianimazione in seguito all’incidente di un suo amico, Alessandro. Era molto forte, determinata, sapeva bene cosa voleva dalla sua vita.Era un puro sangue della libertà, per lei le cose erano o bianche o nere. La prima a parlare con i medici fu una sua amica di scuola, lei la prima cosa che si chiese di cosa avrebbe voluto Eluana in questa situazione. E la risposta fu chiara, era quella di terminare tutto lì. Leggendo Sciascia ho capito che ad un certo punto non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire l’ultima speranza.

Gli abbiamo chiesto lo stato dell’arte della medicina nello specifico della situazione di Eluana e ci disse “Di poco superiore allo zero”. Rivendicavamo il dialogo, la possibilità di scegliere cosa fare. Le hanno offerto le migliori cure, ma hanno avuto anche il peggior risultato. Ci siamo rivolti a tutti in quattro anni e sembravamo due randagi che abbaiavano alla luna. Una prima risposta è arrivata otto anni dopo con l’idratazione e l’alimentazione forzata e per la prima volta, grazie ai giornali, si è parlato della nostra situazione. Solo cadendoci dentro, abbiamo compreso cosa significava e le risposte le abbiamo avute dalla Corte di Cassazione. Nessuno può decidere al posto nostro, l’autodeterminazione di Eluana non aveva nulla a che fare con l’eutanasia. Il medico doveva dialogare, e per saperlo ci abbiamo messo 15 anni. Per sentirci dire qualcosa di già costituzionalmente scritto. Noi genitori che avevamo avuto una perla così rara come Eluana, non potevamo non rispettare le sue volontà, i suoi desideri».

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Commenti

  • Franco (utente non verificato)

    I casi estremi e pietosi non possono essere portati in giro per fare propaganda a un tipo di proposta di legge (che ha una precisa matrice radicale).
    Non si può cioè legiferare sull'onda emotiva generata da un caso, assimilando a quello tutti i casi oossibili.
    La legge sul fine vita, che deve valere per tutti i cittadini, va discussa nelle sedi competenti (cioè il Parlamento) con raziocinio e senza ricatti della cronaca.