Tra azione e introspezione, “La mossa del teschio” di Pirro

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Presentato ieri al Torrione l’ultimo romanzo del giornalista e scrittore barese
Il terzo degli appuntamenti che accompagnano la mostra “Gens bituntina” al Torrione Angioino, ha visto protagonista ieri sera lo scrittore e giornalista barese Federico Pirro che ha presentato il suo ultimo libro “La mossa del teschio“, edito da Radici Future Produzioni.
A dialogare con l’autore, i giornalisti Marino Pagano e Michele Cotugno Depalma che l’hanno coadiuvato nel ripercorrere l’avvincente storia narrata nel romanzo. Il protagonista è il giornalista Franco Palmieri che, avendo avuto un rapporto un po’ “spento” con il padre, morto trent’anni prima del momento in cui è ambientata la storia, viene preso dal desiderio di ripercorrere la sua storia e così, al momento della riesumazione del corpo, scopre che il cranio è perforato. Ciò significa che quella persona è stata assassinata e dunque non può trattarsi del padre. A chi appartiene allora quel corpo e perché si trova lì? E che fine ha fatto quello del padre? Palmieri, ovviamente, inizia a farsi tutte queste domande e comincia così un percorso di indagini. S’imbatte allora in una losca storia di migranti, appalti e speculazioni dubbie che tramano nel sottobosco della malavita cittadina, alimentata dai cosiddetti “poteri forti”. Per sbrogliare questa matassa, il protagonista deve affrontare ostacoli imprevedibili, ma con il sostegno della famiglia e degli amici, riesce a giungere alla verità, ma soprattutto a far pace con se stesso e a ritrovare l’antico rapporto col padre, che credeva ormai perduto.
«Paradossalmente, lui che andava alla ricerca del padre – ha spiegato Pirro – rivive attraverso questa vicenda se stesso, rimettendo in piedi il legame col genitore che scopre di non aver mai conosciuto veramente. Anche il padre era un giornalista come lui e quindi Palmieri, attraversando queste esperienze professionali e umane, man mano ricostruisce la vicenda e si identifica interamente nella figura del padre, recuperando in un certo senso un rapporto che sembrava perduto per sempre».
Ma come definire questo romanzo? Un giallo, un thriller, un poliziesco?
«Oggi va di moda la parola noir, ma in realtà è una storia che si basa su questa situazione particolare, che può apparire macabra, ma che invece ricostruisce un affetto, un legame generazionale e quindi alla fine mette tutti in pace perché si parte da una morte ma si arriva a recuperare un aspetto importante della vita. Il protagonista cercava delle risposte e alla fine di questo percorso si riconcilia con la propria generazione».
Si era già cimentato, in passato, con questo genere?
«Anni fa scrissi “Bari brucia” ricollegandomi al rogo del Petruzzelli, ed anche in quel romanzo c’era molta criminalità, ma a questo libro mi sono dedicato di più perché mi sono cimentato in introspezioni psicologiche che hanno messo in evidenza l’essenza stessa del vivere, dell’esistere. Mi sono soffermato in particolare su un episodio, quello che chiamo “episodio del moscerino”, che libera il protagonista dalla vertigine dell’inesistenza dell’essere».
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