Olio, Sicolo: «È oro ma lo vendiamo come stagno»

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L’evoluzione del comparto olivicolo potrebbe fruttare 5 miliardi di euro. L’analisi nel meeting del Cno a Roma
Leccino, coratina, frantoio, moraiolo, ogliarola e barese nei prossimi anni entreranno nel lessico comune al pari di sangiovese, merlot, barbera, nebbiolo e negroamaro. La nuova sfida nella commercializzazione dell’olio extravergine d’oliva italiano passerà proprio attraverso questo cambiamento copernicano: bottiglie d’olio monocultivar.
L’ extravergine d’oliva dovrà puntare sulle differenziazioni per superare l’impasse di un prodotto che non vince la sfida dei mercati e dei prezzi, perché indifferenziato agli occhi del consumatore. Il valore aggiunto di questa operazione peserebbe per almeno un miliardo d’euro.
Ad indicare la nuova tendenza è il Cno (Consorzio nazionale degli olivicoltori) che, in occasione del cinquantesimo anniversario dalla sua costituzione, ha promosso un meeting internazionale a Roma per fare il punto della situazione del comparto a 360 gradi. Nonostante i segni positivi dell’export e un fatturato da circa 3 miliardi di euro l’anno, il segmento dell’olio extravergine d’oliva nel nostro paese è attraversato da molteplici difficoltà: margini esigui per i produttori di olive, default nel ricambio generazionale nei campi, contraffazioni massicce e politiche poco lungimiranti, che hanno posto i nostri olivicoltori in una posizione di debolezza nella competitività internazionale.
«Al di là delle contingenze come la xylella, che pesa milioni di euro, o la confusione normativa sulla commercializzazione e sull’etichettatura (scadenza si, scadenza no), per il settore olivicolo oleario italiano serve una nuova strategia di lungo respiro. Se tanto bene può fare un Piano olivicolo nazionale che immetta però risorse “vere” nel comparto per innovare – commenta il consorzio – sul fronte della commercializzazione del prodotto sicuramente sarà decisiva l’alleanza con i consumatori. Infatti un consumatore consapevole che chieda al mercato “olio extravergine d’oliva di moraiolo”, certificato e tracciato dalla pianta alla bottiglia, farà la differenza sostanziale».
Secondo gli esperti del Cno, le potenzialità ancora inespresse dal comparto sono enormi, a partire da come non sia portato a valore l’effetto salutistico del prodotto. Proprio il consorzio da anni accompagna una ricerca dell’Università di Bari, mirata a dimostrare i benefici concreti che il regolare consumo di olio apporta all’organismo umano, anche nella prevenzione del cancro.
Il Cno stima che con una giusta evoluzione del comparto, ovvero con la rimessa in produzioni delle piante “dormienti” e con l’entrata di almeno 10mila giovani nelle aziende, il fatturato complessivo toccherebbe almeno quota 5 miliardi.
È convinto di questo il presidente nazionale del Cno, Gennaro Sicolo che ha sostenuto: «Abbiamo l’oro nelle mani e lo vendiamo come stagno, probabilmente le colpe non sono tutte nostre ma dobbiamo accogliere la sfida e mettere in campo nuove idee. Io credo che il salto di qualità lo faremo producendo e promuovendo gli oli extravergini d’oliva mono varietà. Probabilmente tra cinquant’anni dire olio extravergine d’oliva sarà come dire vino, quindi una definizione generica che non dà connotazione al prodotto».
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