Echi di “Novecento”. La recensione di Harallamb Fandi

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Il 1° aprile Raffaela Braia ha portato in scena al Traetta il celebre testo di Alessandro Baricco. Fra gli spettatori c'era il critico d'arte albanese
Echi di Novecento a Bitonto. Lo scorso 1° aprile al Teatro Traetta Raffaela Braia ha portato in scena il celebre testo di Alessandro Baricco, la storia di quel bambino cresciuto sul transatlantico Virginian e divenuto uno straordinario pianista.
BitontoLive ospita la recensione del critico d’arte albanese Harallamb Fandi, che quel venerdì sera era tra gli spettatori al Traetta.
«Magia del teatro. Questa volta a Bitonto. Seduto nel posto più alto del gioiello che si chiama Teatro “Traetta”, attirato dalla quiete della sala e semplicità laconica della scena, mentre si abbassavano le luci mi son sentito di essere nella sala di comando della nave “Virginian”. Immergendo nel ricordo di immagini del film “La leggenda del pianista sull’ Oceano”, da spettatore stavo per trasformarmi in un partecipante di avvenimenti dove Baricco e Tornatore, in posto della firma, hanno messo la loro anima.
Quell’anima pulsa ogni volta quando ci incontriamo con diverse fantasie artistiche. In questa occasione le scintille sarebbero arrivate con la performance del bravissimo Raffaele Braia. Intanto stavo aspettando la parola elettrizzante dell’attore, perché da Mastroianni ho impresso dentro di me il pensiero che in teatro “…tutto è nella parola”.
Non erano più di quattro o cinque parole che, sentiti da me in una lontana sera in tv da un bravissimo attore, mi hanno dato la gioia della scoperta in pochi secondi di quello che stavo vedendo: “Novecento” ho sentito un grido dentro me. All’improvviso il grido è uscito fuori perché sono stato travolto da quell’insostenibile leggerezza dell’essere, che mi ha fato dire ad alta voce “L’ho trovato!”.
Le stesse emozioni volevo sentire anche lì quella sera di prima al “Traetta”. Ed ecco, dalla scena, da dove inizialmente la voce dell’attore era bassa e quieta, é arrivato inaspettatamente un grido quasi esplosivo ”L‘America!”, conosciuto bene dal famoso film di Tornatore. Raffaele Braia aveva già cominciato il suo attacco artistico, che non sarebbe facile, ma alla fine darebbe sicuramente la vittoria, perché come regista e attore nello stesso tempo, lui era preparato a lungo ed aveva lavorato con perseveranza ad ogni cosa. Cosciente che doveva trasmettere una storia, la poesia intensa e struggente della quale doveva uscire dal libro con le stesse qualità che Baricco l’ha dotato con sua impareggiabile maestria, Braia aveva valutato ed evidenziato la dimensione lunga e intensa della storia densa di ricordi del più grande pianista di un tempo che, anche se passato, arrivava da noi tra incanto e incredulità, tra verità e allucinazione. Con ritmo gradevolmente denso, spesso musicale e con capacità non solo acrobatiche, ma pure di fantasia dei movimenti da capogiro, soprattutto quelli che davano impressione del mare tempestoso, oppure movimenti elegantissimi delle mani del pianista che erano abili di andare da un pezzo tranquillo ad una velocità mai vista, Braia presentò capacità artistiche, da far scaldare a lungo le mani degli spettatori.
Sentendomi anch’io uguale a loro, durante gli applausi mi si è ricordato che, entrando in teatro, aspettai di vedere realizzato un detto di Federico Garcia Lorca, il quale mi viene in mente particolarmente quando ho davanti un’opera di carattere poetico: “Il teatro è poesia che esce da un libro per farsi umana”. Ed in quei momenti, tra la gente, si vedeva chiaramente che questo e stato realizzato senza dubbio. Li, al “Traetta”».
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