Bitontini all’estero. #14 Lucia Perrini a Sergy

© n. c.
Laureata in fisica, lavora per l'Istituto Nazionale di Chimica Fisica e Biofisica di Tallinn
Nel tredicesimo appuntamento con i bitontini all’estero eravamo a Brighton in compagnia di Pasquale Pasculli (http://www.bitontolive.it/news/Attualita/413438/news.aspx).
Nell’appuntamento di oggi restiamo in Europa, facendo rotta verso Sergy, in Francia, dove vive la 27enne Lucia Perrini.
«Sono sempre stata una bambina prima, e una ragazzina poi, molto vivace, curiosa e intraprendente. Ho ricordi di me stessa (che coincidono con quello che, chi mi conosce, racconta di me) come di un innocuo terremoto, sconquassante, ma non distruttivo. Sono sempre stata impegnata in mille attività e ho sempre portato parallelamente avanti, con dedizione e passione gli studi scolastici e quelli relativi all’ambito musicale. Ho sempre prediletto le materie scientifiche e, questa attitudine, mi ha portato a scegliere il liceo scientifico prima (il Galileo Galielei di Bitonto) e la facoltà di Fisica poi (all’Università degli Studi di Bari)», racconta Lucia a BitontoLive.
«Gli anni universitari sono stati straordinari. Ho avuto la fortuna di studiare ciò che amo in un ambiente altamente attento alle esigenze dello studente – sì, sì, sto parlando proprio della facoltà di Fisica di Bari! – e fortemente proiettato alle collaborazioni con gruppi di ricerca al di fuori della regione e della nazione. Non è stato un caso, infatti, che a 22 anni io sia riuscita a partecipare, avendo superato una selezione a livello mondiale, al progetto di “Summer School” al Cern, il Centro Europeo per la Ricerca Nucleare che si trova a Ginevra. Quella è stata l’esperienza chiave della mia vita, il principale punto di partenza che mi ha permesso di incamminarmi sulla “variegata”, mi piace definirla così, strada della ricerca scientifica».
Da quanto tempo si trova nella sua nuova città e perché ha deciso di lasciare Bitonto?
«Un mese dopo aver conseguito la laurea magistrale in fisica, sono partita alla volta di Bruxelles, dove ho inziato il dottorato di ricerca in fisica sperimentale delle particelle elementari. Dopo quattro anni, una volta terminato il dottorato, ho deciso di proseguire lungo il percorso della ricerca e mi sono trasferita in Francia, sul confine con la Svizzera. Attualmente, infatti, mi trovo ad esercitare il mio lavoro stando fisicamente al CERN.
Il dottorato di ricerca è stata un’ esperienza fortemente voluta ed efficacemente cercata. In quel preciso periodo della mia vita ero fortemente convinta che l’unico modo per fare del bene a me stessa fosse regalarmi una possibilità, sfidando le normali paure legate all’abbandono della ormai famosissima “zona di confort”. E non sto parlando solo di possibilità lavorative. Avevo bisogno di crescere, di venire alla luce. Un bisogno che ho potuto realizzare 23 anni dopo essere venuta al mondo».
Quali difficoltà ha riscontrato all’inizio? Ed ora?
«Bruxelles non l’ho scelta, è stata lei che ha scelto me ed è per questo che sarò perennemente grata a quella meravigliosa città. Bruxelles non possiede l’aura di eleganza e mistero di Parigi o la reputazione anticonformista di Londra. È una città cosmopolita, ma a misura d’uomo. È una città facile e che si fa scoprire piano piano. Per tale ragione non ho avuto moltissime difficoltà ad inserirmi tra le sue trame, sia per quanto riguarda l’aspetto burocratico, dell’iniziare una nuova vita in un altro paese, che per quello umano e di relazione. La lingua non è stata un problema, visto che si può tranquillamente sopperire all’ignoranza del francese parlando l’inglese, una lingua che fortunatamente avevo avuto la possibilità di praticare durante la mia prima esperienza all’estero fatta nel 2010. In base alla mia esperienza posso dire che la difficoltà maggiore è stata proprio quella di rendersi conto di essere soli e di dover badare a tutto da soli. Riuscire in tutto questo ti infonde sicuramente fiducia ed orgoglio per la persona che sei, ma ci sono momenti di altissima fatica in cui avere i tuoi affetti accanto è l’unica cosa che desideri. Ecco, superare quei momenti, senza abbandonarsi alla seduzione della malinconia, penso sia la prova più difficile».
Cosa fa attualmente nella sua nuova città?
«Attualmente vivo a Sergy, un piccolo villaggio nella campagna francese al confine con la Svizzera, sebbene io lavori per l’Istituto Nazionale di Chimica Fisica e Biofisica di Tallinn, in Estonia. Continuo a svolgere oggi il lavoro che ho svolto durante i quattro anni del dottorato. Sono ricercatrice nella collaborazione dell’esperimento CMS (acronimo de “the Compact Muon Solenoid”), una delle quattro enormi “macchine fotografiche” disposte sul perimetro del più grande acceleratore di protoni mai costruito dall’uomo, il Large Hadron Collider (LHC) al CERN di Ginevra. In particolare ho preso parte alla ricerca del bosone di Higgs, la particella teoricamente predetta più di 50 anni fa responsabile del meccanismo che conferisce massa alla materia e che, solo quattro anni fa siamo riusciti a scoprire. Adesso sono ancora principalmente impegnata nello studio delle proprietà di questa particella e nell’investigare la presenza della così detta “nuova fisica”, nel ricercare, cioè, discrepanze rispetto alle predizioni della teoria ad oggi più verificata sperimentalmente, che è il “Modello Standard”».
Qual è il suo sogno nel cassetto?
«Delle volte ammetto che raccontare il mio lavoro e il suo obiettivo è cosa assai complicata e delle volte frustrante. Capisco che non è semplicissimo cogliere il senso di un lavoro come il mio per i non addetti e quindi cerco, ogni volta, di riportare esempi di vita pratica in cui la ricerca scientifica in fisica ha portato dei risultati tangibili. Un esempio, forse il più forte, è l’invenzione nei laboratori del CERN a Ginevra del World-Wide-Web (sì, proprio il www) da parte del fisico britannico Tim Berners-Lee. Era il 1989 e Lee fu proprio spinto dall’esigenza di espandere la comunicazione e la condivisione dei dati all’interno della comunità scientifica andando oltre qualsiasi tipo di confine. Per non parlare delle ricadute nell’ambito medico, come l’utilizzo di acceleratori di protoni usati nell’adroterapia per la cura dei tumori.
Questo per dire che il mio sogno nel cassetto, quello forse un tantino utopistico e a più ampio raggio, sarebbe quello di osservare un incremento di sensibilità da parte delle persone nei confronti della scienza. Questo di sicuro non può prescindere da una fruizione più “elementare” di concetti di scienza in apparenza molto complicati. Per questo, nel mio piccolo, sto cercando di formarmi nella direzione della divulgazione scientifica. Un sogno nel cassetto più concreto sarebbe quello di coniugare il lavoro del ricercatore con il concetto di stabilità (lavorativa e di locazione)».
Continerà a vivere a Sergy oppure si sposterà ancora? Tornerebbe a Bitonto in futuro?
«Pretendere di non spostarsi svolgendo un lavoro del genere sarebbe molto difficile, per non dire impossibile. In futuro però, come ho già detto, mi piacerebbe avere una città come base fissa per articolare una vita a 360 gradi e dalla quale spostarsi per periodi limitati tutte le volte in cui questo risulterà necessario. Ad oggi direi che questo è qualcosa di realizzabile con maggiore probabilità al di fuori dello stivale, anche se l’Italia è sempre lì che richiama. È un po’ come sentirsi trascinati dal richiamo ancestrale verso la propria madre, no?! Peccato però che per dare un senso ai sacrifici che si sono fatti fino ad ora e per costruirsi un futuro solido c’è bisogno di tanto altro».
Qual è il ricordo più bello che conserva di Bitonto?
«Nonno Luigi seduto fuori dalla sua casa, in estate, sempre pronto ad offrire caramelle a tutti».
Un consiglio per i giovani che vogliono trasferirsi all’estero?
«Assumendo per date le possibilità economiche legate ad un trasferimento, o la certezza di trasferirsi avendo la possibilità di mantenersi economicamente, il mio consiglio è quello di partire e andare senza pensarci troppo, perché qualsiasi pensiero sull’ignoto ci renderà difficile l’immagine di quella prova, più di quanto in realtà essa sia. E perché tutto quello di cui abbiamo bisogno è proprio al di là di ciò che temiamo».
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