«Non mi piego al razzismo. Vado avanti». La lotta all’ignoranza di Diagnè Ababacar

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Il giocatore senegalese, ex Omnia Bitonto, racconta la sua reazione agli insulti a BitontoLive.it
«Non piegherò mai la testa dinanzi agli ignoranti, nonostante quelle frasi nei miei confronti. Spero che non accada mai più in futuro». Comincia con questa dichiarazione di coraggio e speranza il racconto della triste vicenda che ha visto protagonista, suo malgrado, il giocatore del Team Altamura, ex Omnia Bitonto, Diagnè Ababacar. Durante le gare contro Ateltico Mola e Vigor Trani, il centrocampista senegalese è stato pesantemente insultato dai tifosi avversari con appellativi razzisti verogognosi e irripetibili.
Quello di Diagnè Ababacar è solo uno dei tanti nomi che compongono la lista, prutroppo lunga, di giocatori vittime di razzismo nel calcio. A tutti i livelli. Fra i tanti ricordiamo Marc Andrè Zoro, offeso dai tifosi nerazzurri durante la partita Messina-Inter nel 2005, e il milanista Kevin Prince Boateng, che durante un'amichevole fra Milan e Busto Arsizio a gennaio del 2013 era stato ingiuriato dai tifosi locali. In quell'occasione Boateng non nascose la propria rabbia, scaraventando in tribuna il pallone e cessando lì la propria gara.
Smettere di giocare, invece, non è stata affatto intenzione di Diagnè, che a BitontoLive.it confessa: «Certo stavo male, non era affatto bello, ma non ho mai pensato a fermare la gara. Non è gente alla quale bisogna dare molta importanza. Sono ignoranti, e in quanto tali non mi curo di loro ma guardo avanti». La sua è una reazione dura e decisa a quello che si chiama razzismo e che assomma arretratezza culturale, maleducazione e violenza. In una parola sola: ignoranza. Un mare in cui galleggiano le teste vuote di chi si rende protagonista di atteggiamenti discriminatori come questi. Atteggiamenti rivolti al singolo individuo, che però vanno a ferire un’intera famiglia.
«La mia famiglia indubbiamente è stata male, perché leggere queste notizie con il proprio figlio protagonista non è certo una bella cosa. Però sono stati proprio loro, assieme ai miei compagni di squadra, al presidente e al direttore sportivo, che mi hanno dato la forza di andare avanti», racconta il giocatore senegalese.
Andare avanti. È questa l'unica risposta al razzismo. Andare avanti con la consapevolezza che la pelle può avere colore diverso, ma il colore del sangue e delle lacrime no. Quello è uguale per tutti.
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