Michele Mirabella e il suo “Elisir d’amore”

Fabiola Barile
Le prove dell'Elisir d'Amore di Mirabella

L'opera di Donizetti diretta dal regista bitontino andrà in scena al teatro Petruzzelli di Bari

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Lo spettacolo teatrale è uno scrigno che contiene pura magia. Sollevandone il coperchio, l’energia che sprigiona va ben oltre le parole ed è irripetibile. Ma cosa c’è dietro questa magia? Una preparazione lunga e laboriosa, che prova dopo prova porta fino al giorno della prima. Per respirare quest’alchimia e provare a raccontarla, BitontoLive.it è andata a “sbirciare” il lavoro del maestro bitontino Michele Mirabella, regista dell’opera “Elisir d’amore” che andrà in scena al teatro Petruzzelli di Bari nei giorni 11, 13, 15, 16, 18, 20, 22 dicembre.

A due secoli dal suo debutto, l’opera di Gaetano Donizetti su libretto d Felice Romani continua a sedurre le platee di tutto il mondo per il suo equilibrio, la sua completezza e la sua mistura perfetta fra malinconico, ironico (particolarmente sottolineato dalla regia di Mirabella) e romanticismo.

Raggiunto il maestro fra i velluti rossi della platea del Petruzzelli durante una prova, con una scaletta di domande ben precise da porgli, ecco che si resta sopraffatti dalla bellezza, e si viene trasportati dalla passione con cui Mirabella segue passo dopo passo la nascita della sua creatura su un palcoscenico prestigioso, tanto vicino alla sua amata Bitonto. Un amore spesso ribadito in pubblico e che porta sempre con sé, anche materialmente. Sulla giacca, infatti, ha appuntato una spilla dei Santi Medici: «Questa spilla rappresenta la fede, quella popolare e la mia terra che porto sempre con me. Un amore ricambiato tanto dalla gente».

Siamo all’esecuzione di “Una furtiva lagrima”, una delle arie più belle, quasi sul finale dell’opera. Il regista anticipa i movimenti di Nemorino sul palco, racconta qualche aneddoto, spiega la scelta di non voler snaturare l’opera ereditata da Donizetti: «La mia è una regia che ha rispetto dell’opera, non ho voluto distruggerla ambientandola in tempi moderni, per questo importante è conoscere la storia e il momento storico in cui è stata composta per renderla al meglio sul palcoscenico. Ricordi una cosa importante: la musica non va solo ascoltata, va vista. Tempo fa una bambina a Bitonto mi disse: “Maestro, com’è bello vedere la musica!”. E aveva ragione, è proprio questo che deve accadere sul palcoscenico».

Ed ecco davanti ai nostri occhi l’apparato scenico d’impatto del secondo atto. Sembra quasi una gigantesca casa di bambole, della quale si possono scorgere con chiarezza gli interni delle dimore e delle botteghe che affacciano sulla piazza del villaggio, in un vero spaccato di vita. Alle scene si amalgamano perfettamente i costumi (curati entrambi da Alida Cappellini e Giovanni Licheri) e le luci di Franco Angelo Ferrari.

Dunque crede sia possibile portare sul palco la modernità attraverso gli autori del passato? Si crea davvero quel legame tra l’uomo di oggi e gli autori di ieri?
«Assolutamente sì, non c’è dubbio alcuno. Come ho detto basta rispettare gli autori del passato, non travisarli e non violentarli, non spodestarli del loro patrimonio. Se li rispettiamo ci raccontano il nostro futuro».

Una pagina bianca e un teatro vuoto all’inizio. La chiusura del sipario su un lavoro compiuto. Poi gli applausi. Cosa si prova durante questo grande salto?
«Si prova il furore di una passione che non si quieta ma è appagata dalla creatura che vedi nascere e palpitare sotto le luci del palcoscenico. È un’emozione indicibile».

Lei ha fatto di tutto, quale forma d’arte preferisce?
Spalanca le braccia verso il palcoscenico e ci risponde senza alcun indugio: «Il teatro!»

Quale altra opera le piacerebbe dirigere?
«Mozart, magari!»

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