Bitontini all’estero. #2 Licia D’Amato a Marsiglia

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Da quattro anni vive in Francia, dove lavora in un centro di ricerca su malattie infettive e tropicali
Mariottana d’origine ma marsigliese d’adozione. Così si descrive Felicetta D’Amato, per gli amici da sempre Licia. 29 anni, una laurea in Scienze biosanitarie conseguita nel 2010 con il massimo dei voti e un futuro pieno di aspirazioni e sogni nel cassetto. Nel 2011 decide di lasciare il suo paesino per spiccare il volo verso la realizzazione della sua carriera lavorativa. Da Mariotto a Marsiglia il viaggio è lungo ma il passo è breve e Licia, malgrado piccoli disagi quotidiani, è riuscita ad ambientarsi in Francia con la stessa facilità con cui accettava le ristrettezze e le difficoltà di vivere in una frazione del sud.
Ora, realizzata e in piena armonia con il suo stile di vita, non rimpiange nulla della scelta fatta anni fa di mollare tutto e partire, ma non dimentica mai le sue origini, la famiglia e gli amici. Sa bene di avere ancora davanti a sé tanta strada da percorrere ma – come ci ha confessato con la semplicità che la caratterizza – «più strada fai e più fossi prendi, ma se resti a casa sai quanti tramonti perdi?».
Vive all’estero da 4 anni. Perché ha scelto di lasciare Mariotto?
È vero, a settembre saranno quattro anni che vivo a Marsiglia, ma ho scelto di lasciare Mariotto già un po’ di mesi prima, durante il mio internato al Policlinico di Bari quando ho iniziato a non sopportare più l’”avanti e indré” con treno e autobus e le ore di attesa con le coincidenze perse sotto l’afa estiva o il freddo e le intemperie (so che molti miei compaesani possono capire). Francamente la voglia di uscire dalla piccola realtà mariottana per confrontarmi con mentalità e culture diverse è sorta molto prima e sapevo che prima o poi me ne sarei andata, ne parlavo spesso. A questo si è aggiunto poi il desiderio di mettermi spudoratamente alla prova e vedere di cosa fossi veramente capace, così ho lanciato una sfida a me stessa. Ho sentito il forte bisogno di dimostrare a me stessa che tanto tempo passato sui libri non era stato sprecato. Non nego che ancora oggi nei momenti di fatica e sconforto mi capiti di pensare “ma chi l’ha fatto fare?”, ma posso affermare senza dubbio che lo studio é un onore, che non é mai inutile e che ne vale sempre la pena.
Dopo aver superato un concorso per una borsa di studio di 12 mesi all’estero, ho lasciato la mia comoda vita da reginetta della famiglia e sono partita per Marsiglia. Era la prima volta che mi capitava qualcosa che avevo fortemente desiderato: stavo andando a conoscere un nuovo mondo e uno dei centri più famosi nel mio settore con uno dei luminari della microbiologia stava per aprire le porte a me.. la chance!! Sia chiaro che non si sceglie di partire, per fare “la bella vita” senza essere sorvegliati o spiati da conoscenti come molti erroneamente pensano. Non é trasgressione non aver scelto di vivere come angelo del focolare (con tutta il rispetto per chi lo fa, ma non era la mia vocazione). Non si va via alla ricerca del paese dei balocchi ma, soprattutto, partire non vuol dire fuggire dalla famiglia: l’obiettivo non è far del male ai propri cari, ma far del bene a se stessi. Io volevo crescere e maturare umanamente e lavorativamente parlando».
Quali difficoltà ha incontrato all’inizio? E quali ne riscontra ancora?
So che può sembrare assurdo e difficile da credere ma posso dire a gran voce nessuna. Quelle che potrebbero sembrare difficoltà in realtà le ho percepite solo come tappe da superare. Cercare un alloggio, aprire un conto in banca, cercare un abbonamento telefonico, un’assistenza sanitaria e poi un’assicurazione… sono faccende noiose e complicate da sbrigare, soprattutto per chi non se n’è mai occupato prima, ma non è stato niente di impossibile. E poi la lingua. Sebbene non parlassi francese, eccetto qualche reminiscenza dei corsi delle medie e di qualche frase “per la sopravvivenza” che mi hanno insegnato prima che partissi, non conoscevo altro. Dopo aver sistemato l’alloggio, organizzato il progetto in laboratorio e imparato come muovermi in città, mi sono iscritta ad una scuola. Questo mi ha permesso di apprendere in fretta la lingua e di integrarmi ancor più facilmente nella nuova comunità che mi ospita ancora oggi.
Poi ci sono i problemi domestici di varia natura: dalla semplice lampadina da cambiare alla caldaia che ti pianta in asso in un venerdì sera di pieno inverno quando nessuno mai verrebbe a riparartela. Anche autogestirsi a livello economico non è facile: serietà, impegno e maturità devono ancora una volta venir fuori. Per quanto riguarda la mancanza degli affetti,non mi è mai pesata troppo. Io non mi sono mai sentita sola. I miei cari li porto sempre qui con me nel mio cuore, ed anche se non fisicamente cerco sempre di essere presente quando hanno bisogno di me e so di poter contare sempre sul loro aiuto. Quel “mi raccomando” del papà e quella domanda ossessiva “hai mangiato?” della mamma a volte risultano seccanti, ma poi ti rendi conto che non potresti farne a meno. Pagherei oro pur di sapere che finalmente sono riusciti ad accettare serenamente la mia lontanza…
Parlando delle amicizie, beh… la lontananza fa una buona “scrematura” e lo dico a malincuore sapendo di essere caduta nell’oblio di alcuni amici. Fortunatamente ce ne sono altri che non mi hanno mai abbandonato. Continuano ad interessarsi a me e a donarmi il loro affetto capendo che la mia vita, seppur diversa dalla loro non merita meno attenzione: è un percorso diverso, con gioie diverse ma pur sempre gioie, con problemi diversi ma pur sempre problemi. Quelle che fanno il tifo per me, che condividono le mie scelte senza giudicare e che quando dicono “sono felice per te” lo sono per davvero».
Dove lavora e quali mansioni svolge a Marsiglia?
«Attualmente svolgo un Ph.D presso un centro di ricerca di malattie infettive e tropicali di Marsiglia e a breve spero di ottenere il titolo di dottore di ricerca in patologia umana, con specializzazione malattie infettive. In particolare studio un batterio (Coxiella burnetii, per chi conosce la microbiologia) responsabile di un’infezione diffusa praticamente in tutto il mondo. La mia attività di ricerca si basa essenzialmente su metodiche di biologia molecolare e bioinformatica per analizzare il genoma dei ceppi responsabili dei casi di epidemia e individuarne le peculiarità».
Qual è il suo sogno nel cassetto?
«Per potersi realizzare, i sogni devono scontrarsi con la realtà e questo spesso significa imbattersi in numerosi insuccessi, ingiustizie e delusioni. Ma il vero insuccesso é non rialzarsi: nessuno ha diritto di arrendersi, soprattutto i giovani. Personalmente, confesso di aver rinnovato più volte il contenuto di quel famoso cassetto. Ho capito che bisogna sognare tenendo sempre e comunque i piedi per terra, una specie di “sogno lucido” di cui si sente parlare negli ultimi tempi.
Il mio sogno nel cassetto, quindi, é molto più “concreto” di quanto si possa immaginare ed è avere un lavoro che mi permetta di mettere appieno in pratica le competenze e conoscenze acquisite e di sentirmi stimata e apprezzata. Sogno che tutti i miei sacrifici siano riconosciuti e convertiti in una vita serena. Sogno di non smettere mai di imparare».
Vuol continuare a vivere in Francia o tornerà a Mariotto in futuro?
«Non dimentico le mie origini, il mio paese resta sempre mio e ci tornerò sempre perché è parte di me. Tuttavia questa non è la realtà in cui immagino di trascorrere il resto della mia vita e dove vorrei far crescere un giorno i miei figli. Va da sé che mi piacerebbe continuare il mio percorso di vita all’estero, forse ancora qui in Francia o forse no, chi lo sa. La vita riserva sempre tante sorprese».
Che consiglio darebbe ai giovani che, come lei, vogliono trasferirsi all’estero?
«A mio avviso, gli obiettivi e le motivazioni alla base di una scelta di questo tipo devono essere seri. I problemi personali non devono essere motivo per trasferirsi: dovunque voi siate i problemi riappaiono. Per vivere da soli in una realtà nuova, bisogna essere sereni e in pace con se stessi: nel momento in cui vi siete trasferiti voi sarete gli unici amici di voi stessi.
Detto questo, secondo me un’esperienza all’estero va fatta non necessariamente per non rientrare più in Italia. Ti forma, ti cambia e ti fa capire tante cose. La solitudine del primo periodo ti dà la possibilità di guardarti dentro e conoscerti più di quanto tu possa aver fatto prima. Ed é la prima tappa fondamentale per il raggiungimento della maturità. Questo tipo di esperienze, inoltre, apre veramente la mente facendoti capire cosa sia il mondo e ti insegna il rispetto di chi è diverso da te. Così non ti fa più sorridere ascoltare qualcuno che parla una lingua che suona buffa paragonata alla tua, non ti fa più strano veder passare il ragazzo di colore, o la signora con il velo, o il tipo che mangia riso con le mani, e non guardi più di traverso chi ha la gonna troppo corta o la maglia troppo scollata. Finché non arreca danno alla tua persona, ognuno sceglie di vivere come crede, con i propri principi più o meno condivisibili che siano! Andate ma non dimenticate mai da dove venite e perché siete andati via e, sebbene vivere lontano e da soli sia anche sinonimo di libertà, non abusatene! L’unica cosa che non deve avere mai limite è la vostra serietà e il vostro impegno. Partite da ragazzi per tornare da uomini».
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