Don Francesco Savino è vescovo della Chiesa di Dio. Cronaca della cerimonia d’ordinazione episcopale

© Agenzia Luca Turi
«Voglio fare da cerniera tra il palco e la piazza, tra cielo e terra»: incipit di un discorso appassionato e pieno di grazie, da Gesù ai poveri che l'hanno "evangelizzato"
Bitonto, piazza XXVI Maggio, ore 16.30
Manca mezz’ora all’inizio della cerimonia di ordinazione episcopale di don Francesco Savino, vescovo eletto di Cassano allo Jonio. Nella piazza che continua a riempirsi spiccano due macchie di colore: il rosso del velluto che fa da sfondo al crocifisso e il giallo delle sedie riservate alle autorità. Assente il governatore della Regione Puglia Nichi Vendola, prendono posto tra gli altri il presidente del consiglio regionale Onofrio Introna, l’europarlamentare Elena Gentile, l’assessore Gugliemo Minervini, il sottosegretario Angela D’Onghia, l’ex presidente della Provincia di Bari Francesco Schittulli, il sindaco di Bitonto Michele Abbaticchio e quelli di Palo e Terlizzi, Domenico Conte e Ninni Gemmato, il primo cittadino di Cassano allo Jonio Giovanni Papasso. Ci sono i consiglieri comunali di Bitonto, le autorità civili e militari. Ci sono gli uomini delle forze dell’ordine e i volontari, insieme a una schiera di giornalisti, cameraman e fotografi. Ma c’è soprattutto quello che don Ciccio, ora monsignore, chiama “il popolo di Dio”: i fedeli arrivati anche da fuori Bitonto, anche dalla Calabria impaziente di accogliere monsignor Savino. Qualcuno si ripara con gli ombrelli dal sole quasi estivo. L’attesa è palpabile, mentre una voce sollecita a prendere posto e a fare silenzio. Il rito sta per avere inizio.
ore 17.19
Monsignor Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto, presiede la Messa solenne. Annuncia il verbo che farà da filo conduttore alla cerimonia: “rimanere”. Invito alla fedeltà incondizionata all’amore per Cristo. La prima lettera di San Giovanni apostolo ammonisce ad amare con i fatti e nella verità, il Vangelo ricorda che il buon vignaiolo pota il tralcio che dà frutto, affinché porti più frutto.
Viene data lettura del mandato con cui Papa Francesco, il 28 febbraio scorso, ha eletto don Francesco Savino vescovo di Cassano allo Jonio, sede vacante dopo le dimissioni di monsignor Nunzio Galantino, neo segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana.
«Sarà una liturgia solenne, sobria e intensa», annuncia Cacucci che si rivolge a don Ciccio chiamandolo “caro” e dandogli del tu. «Vescovi, presbiteri, diaconi, tutto il popolo santo. Il Signore dice a tutti e soprattutto a te di rimanere nel suo amore per santificare te stesso, la Chiesa e vivere santamente davanti a Dio. Tra breve aprirò il libro dei Vangeli e lo imporrò aperto sul tuo capo perché tu possa essere annunciatore della buona novella di salvezza. Pregheremo per la discesa dello Spirito Santo che regge e guida, attraverso l’imposizione delle mani da parte dei vescovi in quanto successori degli apostoli, che ti introducono questa sera nel collegio episcopale perché tu sia accolto nella santa chiesa di Dio di Cassano allo Jonio».
Monsignor Cacucci invoca per don Ciccio il magistero dell’umiltà, «commisurata all’onore della Cattedra che porta in alto ma sulla misura di Cristo, che si fece servo dei servi».
«Quest’assemblea è il culmine della vita pastorale che hai vissuto in questi anni. Quanto più guardiamo alle altezze del cielo, tanto più dobbiamo piegarci verso le miserie umane, sotto lo sguardo di Cosma e Damiano, martiri della carità. Carità che tu hai scelto per il tuo motto episcopale». Poi il ricordo dei monsignori Marena e Magrassi: «Questa sera ti sorridono dal cielo e continuano a seguire te e tutto questo popolo. Nulla appartiene a noi, neppure queste opere. A te è dato soltanto di accompagnare temporaneamente il gregge. Ti chiede di amare questa Chiesa con tutte le forze». L’arcivescovo si rivolge ai fedeli calabresi: «Vi accorgerete, avrà grande premura per voi, sarà di conforto. È stato amato e continuerà ad essere amato anche da voi. Seguitelo nell’obbedienza della fede!».
Giunge il momento clou della cerimonia: l’interrogazione del vescovo davanti alla comunità cristiana.
«Vuoi fratello carissimo custodire la fede?». La prima di nove domande, alle quali don Ciccio risponde con voce commossa «Sì, lo voglio». L’ultima volta aggiunge «con l’aiuto di Dio».
«Dio che ha iniziato in te la sua opera, la porti a compimento», afferma monsignor Cacucci.
E la folla applaude.
Il libro dei Vangeli viene posto sul capo di don Ciccio, affinché «il suo spirito venga colmato da una lettura assidua e intelligente. Perché solo colui che è colmato può irrigare gli altri».
È il momento dell’unzione del capo, e poi della consegna dei tre simboli episcopali: l’anello segno di fedeltà alla Chiesa, sposa di Cristo; la mitra segno del fulgore della santità; il pastorale segno del ministero di pastore che si cura di tutto il gregge.
Alle 18.31 uno scroscio di applausi accoglie l’annuncio: don Francesco Savino è vescovo della Chiesa di Dio.
Il neo vescovo prende parola: «Voglio fare da cerniera tra il palco e la piazza, tra cielo e terra. Solo lo Spirito Santo è capace di fare di un popolo il suo capolavoro. Ora tutto è diverso dentro di me, vorrei ringraziare tutti senza tralasciare nessuno. Mi rivolgo innanzitutto al mio amato Gesù, per dirgli grazie. “Lo voglio”. Quando fui ordinato sacerdote lo dicevo con l’entusiasmo e l’energia giovanile. Questo pomeriggio l’ho ripetuto tante volte, e ogni volta mi tremavano le gambe. Con timore e tremore rispondo ancora una volta “Eccomi!”. Ricevo la tua misericordia e mi sento forte nella mia debolezza. Tu sei la mia forza e io ti amo Signore, mia forza, e oggi rinnovo in modo speciale le nozze con la mia sposa, la Chiesa».
Subito dopo ringrazia don Franco Cacucci («padre e fratello»), il cardinale Salvatore De Giorgi, don Nunzio Galantino, monsignor Aurelio Marena, padre Mariano Magrassi, monsignor Luciano Bux.
«Che profumo il sacro crisma che mi è stato versato sul capo!», confida. «Ora dalla testa ai piedi il profumo di Cristo è sceso su di me, Guai a me se lascerò che venga contaminato! Gli abiti che indosso non siano mai paludamento che m’impedisca di riconoscere il Cristo servo. Ora il servizio si fa diverso, più ampio, ma sempre servizio. La Chiesa è come mia madre, stanca nelle membra ma brillante d’amore».
Poi di nuovo i grazie: a Papa Francesco che l’ha scelto, ai tanti poveri che «ci richiamano a scelte più coraggiose di decentramento da noi stessi e dalle nostre comodità. La globalizzazione finanziaria è diventata globalizzazione del male dell’indifferenza e dell’egoismo, con i poveri possiamo disegnare orizzonti di cambiamento. I poveri mi hanno evangelizzato e io li ringrazio».
Ancora grazie. A Ciro malato di Aids, a Francesco che è uscito dalla tossicodipendenza, a Francesca che negli ultimi respiri gli affidò la piccola Ruth adottata con il marito Michele.
Confessa di avere il cuore triste e preoccupato per le vittime del terremoto in Nepal, per i tanti cristiani perseguitati nel mondo, per il Mediterraneo diventato «cimitero liquido di uomini e donne che fuggono per fame e guerra».
La litania dei grazie giunge ai devoti dei Santi Medici («da loro ho compreso che le forme semplici di religiosità sono autentiche»), e a «tutti gli emarginati e gli esclusi che ho incontrato».
«La stella polare è soltanto Cristo. La Chiesa ha tante rughe, tante ferite come feritoie luminose attraverso cui si fa strada il Regno di Dio», dice. Poi ricorda tutti i sacerdoti da cui ha imparato: don Vito Diana, don Cosimo Stellacci, don Tonino Bello, don Pino Puglisi, don Peppino Diana, don Luigi Ciotti.
Riprendono i grazie: ai vescovi calabri che l’hanno accolto, alla comunità di Cassano allo Jonio che invita a pazientare ancora fino al 31 maggio, quando si trasferirà in Calabria. Alla comunità del seminario regionale di Molfetta, ai monaci di Bose, alla stampa e agli addetti alla comunicazione, a chi ha allestito la piazza, ai suoi familiari «per la loro tenerezza discreta», alle sorelle Carmela, Tina e Dora, alla mamma Rosa e al papà Pasquale («il vero magistero della mia vita»), ai cognati, ai nipoti e ai pronipoti («a loro devo quello che sono perché hanno condiviso la mia scelta di vita»).
Grazie a Bitonto: «Dal primo giugno sarò cittadino cassanese ma custodirò il ricordo di questa città dove sono nato e vissuto finora».
«Grazie a Dio per avermi fatto vivere in questa comunità dei Santi Medici è stata una bella avventura dello spirito. Questa comunità è la mia vita, a lei il mio canto».
E infine: «Chiedo a tutti di pregare per me e con me con le parole di Charles De Foucauld. Padre mio mi abbandono a te, fa’ di me ciò che ti piace».
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