Al Traetta il “Re Lear” di Placido, un classico contaminato dall’attualità

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Grande prova attoriale per i giovani al fianco dell'artista pugliese
La straordinarietà di un classico, della letteratura o della drammaturgia, sta nella capacità di potersi adattare all’attualità. “Re Lear”, tragedia forse tra le più complesse di William Shakespeare, ha preso vita ieri sera sul palco del Traetta vestendo l’abito dell’attualità con tematiche, costumi e scenografia che hanno “contaminato” il testo originale nella riscrittura e nella regia di Michele Placido e Francesco Manetti.
Un’impresa di certo audace, un balzo in avanti alla riscoperta di altri testi del drammaturgo inglese, per evitare di rimanere fossilizzati sulle stesse opere, presentate al pubblico in mille salse. Risultato: un mix di generi e ispirazioni varie, collocabili a metà fra l’opera pop e la trattazione post moderna, con riferimenti che risultano talora forzati. E così la coralità tragica che caratterizza fortemente il testo originale si perde in molte parti, lasciando spazio ai personaggi o a coppie di personaggi che si alternano sulla scena.
Lear, rappresentato dallo stesso Placido, incarna il declino del regno caduto in uno stato di confusione a seguito delle sue stesse incaute decisioni ed è dunque il primo simbolo dell’attuale società in decomposizione, in cui la crisi del potere pare irreversibile. Un re che ha dismesso gli abiti d’istituzione per vestire quelli dell’uomo anziano e confuso, costretto a trascorrere gli ultimi anni di vita a mesi alterni a casa delle proprie figlie, o peggio lo immagineremmo in una casa di riposo per poveri “pazzi”. Ma il risultato resta in bilico sul filo dell’ovvietà della denuncia sociale.
Accanto al simbolo regale abbattutto, fanno da satellite tutta una serie di personaggi interpretati in maniera eccellente da giovani attori, anche pugliesi (fra gli altri il biscegliese Mauro Racanati nei panni del Re di Francia) tutti degni di nota per espressività e presenza scenica. Un plauso particolare a Giulio Forges Davanzati nei panni dello spudorato mentitore d’eccellenza, Edmund, pronto a tutto pur di raggiungere i propri scopi, e a Francesco Bonomo in quelli di Edgard, che sul palco subisce un mutamento repentino, letteralmente denudandosi dei panni del suo personaggio, per diventare un povero mendicante.
Un ancora acerbo Brenno Placido ha invece interpretato il matto, sempre al fianco del Re, le cui frequenti filastrocche inserite nel testo originale sono tramutate all’inizio in strofe rap. Bene anche i tre ruoli femminili, ognuno ben caratterizzato e calibrato.
La chiusura tragica è rimasta immutata: non trionfa né il bene né il male. In molti, oltre alla ragione, perderanno la vita, mentre le note di “Corpus Christis Carol”, intonate da Cordelia, sembrano lasciare un barlume di speranza, ricordandoci che nella vita di tutti i giorni «bisogna esprimere sempre ciò che si sente e non ciò che si conviene».
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