Ritratto intimo di Audrey Hepburn nei ricordi del figlio, a Bitonto come ambasciatore Unicef

Fabiola Barile
La copertina del libro di Sean Hepburn Ferrer

Sean Hepburn Ferrer è stato ieri sera al Teatro Traetta per parlare della grande e indimenticabile attrice, e di progetti in difesa dei diritti dei bambini

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Icona di stile e umanità. Dea del palcoscenico e del grande schermo. Donna, moglie, madre. Tutte sfaccettature raccolte in Audrey Hepburn, indimenticabile donna e artista che ha affascinato il pubblico sin dalle sue prime apparizioni negli anni 50.
Tubino nero, guanti bianchi di seta, girocollo di perle, grandi occhiali scuri: così la ricordiamo, come appariva nel famosissimo “Colazione da Tiffany”, davanti alle vetrine della famosa gioielleria lungo la Fifth Avenue. Stile e fascino signorile concentrati nella sua figura, ormai immortale. Ma c’era molto altro in lei.
Sono state redatte numerosissime biografie dell’attrice scomparsa nel 1993, molte delle quali accurate e approfondite, ma "Audrey Hepburn, un'anima elegante", presentata ieri sera al Teatro Traetta in occasione della serata di spettacolo, solidarietà e approfondimento pro Unicef, organizzata dal Lions Club e patrocinata dal Comune di Bitonto, è un ritratto del tutto particolare. Di una diva, ma anche di una donna alla ricerca della normalità. Un ritratto intimo, commovente, autentico, la storia di una madre speciale, non soltanto per la sua carriera e bravura o per la grandissima generosità nel dedicarsi ai bambini più bisognosi, ma speciale perché vista e messa nero su bianco dal proprio figlio. Una biografia spirituale scritta da Sean Hepburn Ferrer, figlio dell’attrice e dell’attore e regista Mel Ferrer.
Il libro, andato in ristampa cinque volte, è stato tradotto in numerosissime lingue e ha venduto più di un milione di copie, e comprende più di trecento fra fotografie, disegni della stessa Hepburn e documenti, alcuni dei quali inediti.
«Ringrazio il Lions e il comune per avermi dato la possibilità di essere qui stasera. Sono qui per darvi un calore emotivo», ha esordito Sean Hepburn Ferrer dal palcoscenico del Traetta, in perfetto italiano. «Affronteremo un po’ di storia, tutto in modo graduale, parleremo dell’Unicef un organo che doveva assolutamente sopravvivere dopo la seconda guerra mondiale, e parleremo di Audrey Hepburn, la  mia mamma, una donna meravigliosa. Una donna che per dire grazie, alla fine della sua vita ha deciso di dare qualcosa indietro, concedendole di diventare la terza ambasciatrice Unicef. Il lavoro fatto per i bambini ha avuto un effetto importante non solo sul suo pubblico. È ricordata come mito cinematografico, un simbolo di eleganza e il terzo pilastro che completa la sua persona, è proprio il suo lavoro con l’Unicef».
A proposito del libo “Audrey Hepburn, un'anima elegante”, Ferrer ha dichiarato: «È una sorta di biografia spirituale scritta quando avevo trentatre anni e ha toccato un nervo importante di un grandissimo numero di persone».

Sean Hepburn Ferrer si è concesso con gentilezza per un'intervista a BitontoLive.
Come e quando è nata l’idea di donare sua madre al pubblico, mettendola nero su bianco dal punto di vista di suo figlio?
È stata un’idea nata piuttosto presto, dopo che è venuta a mancare. Ci siamo resi conto che aveva lasciato un’impronta, un vuoto importante, non solamente per via della sua carriera cinematografica o della sua scia di icona di stile, ma anche attraverso il lavoro umanitario che aveva fatto presso l’Unicef come ambasciatrice. Dunque ci siamo detti che se avesse avuto cinque minuti in più dopo averci abbracciato di nuovo, avrebbe di sicuro voluto continuare a parlare dei bambini, del fatto che la vita di un bambino, purtroppo ancora oggi, ha un valore diverso che dipende dal luogo di nascita. E dunque abbiamo innanzitutto creato questo fondo presso l’Unicef, dedicato all’educazione, una cosa che lei sperava fosse il modo più diretto di cambiare la storia di tanti di questi paesi dove c’è sia la mancanza di infrastrutture, sia soprattutto la mancanza dei diritti della persona. Quello che insomma abbiamo oggi scoperto scientificamente e che sostanzialmente è quello che fa funzionare alcune nazioni ed altre no. Un individuo se sa , alzandosi la mattina alle sei e mezzo, che quello che costruisce lo può proteggere e può passarlo alla prossima generazione, allora lo farà. Se invece sa che il fratello del nipote dell’imbucato di turno se lo può portare a casa quando vuole, non lo fa. In seguito abbiamo fondato la fondazione Audrey Hepburn innanzitutto in Svizzera e poi in California, per avere un veicolo per poterci muovere e lavorare nel mondo del no profit.
Uno dei ricordi più belli che ha di sua madre?
Spesso mi fanno questa domanda, ma non posso parlare di un solo ricordo. Quello che ricordo è un insieme, di questa donna allo stesso tempo molto delicata ed emozionale, ma anche molto forte. Una donna piena di speranze ma che non è riuscita ad avere nella sua vita una relazione adulta, nella gestione dei matrimoni ad esempio, mentre è riuscita dall’età di ventitre anni a diventare una business woman di tendenza negli anni Cinquanta, che è una cosa quasi impensabile. Ed è riuscita anche a colpire tutti con la sua carriera da performer, perché di chiamarla solo attrice sarebbe ingiusto verso le grandi attrici, perché lei era un pacchetto. Una vera star, non holliwoodiana, perché non aveva nulla di quel mondo, ma la star dell’epoca dorata del cinema. Ma anche per il suo modo di essere, per il fatto di non essere una bellezza classica, era un pacchetto meraviglioso di imperfezioni, come si definiva lei, ma senza la parola meraviglioso e che poi è riuscita a fare tutto questo tramutando l’interesse che la gente provava per lei, aprendo le  porte all’Unicef moderno, nel modo in cui lo conosciamo oggi. La prova di questo sta nel fatto che quando lei ha cominciato c’erano solo 5mila impiegati per passare poi a 10mila. Questo non lo possiamo attribuire di certo solo a lei, lei era al lato.
Era una donna autocritica?
L’autocritica porta a guardarsi intensamente, cosa che lei non faceva. Aveva piuttosto un atteggiamento naturale nel tirarsi indietro e nello stare al suo posto, per essere come gli altri. Questo atteggiamento nasce dalla sua personalità, in parte, ma anche da un’educazione vittoriana, dove tu non sei così importante, stai al tuo posto, il bambino viene da subito controllato. E da lì sono nati tutti i suoi desideri.
L’amore per la propria famiglia, per la natura, per gli animali. Quanto questo ha influito su di lei?
Per lei tutto questo è stato importantissimo, le ha portato delle grandi gioie soprattutto da bambina e sin da giovane mi raccontava di questa casa in Svizzera dove siamo cresciuti sia io che mio fratello, che è stata non solamente qualcosa che desiderava per se stessa, ma ha rappresentato anche il piantare un seme, poi naturalmente cresciuto in noi. Un seme che una volta riconosciuto lo puoi anche riscoprire più tardi nella vita, infatti a cinquantacinque anni non vivo né a New York né a Los Angeles, ma vivo in una casa in campagna in Toscana, dove faccio l’olio, mi faccio fare il vino dal vicino, che è favoloso. E dunque vivo così.

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