Mercato nero delle olive pugliesi, la denuncia di Paolo Dellorusso

© Gal Fior d'Olivi
Intervista al responsabile del frantoio "Feudo dei Verità” di Mariotto, che racconta come gli oleifici del centro e nord Italia producano olio Dop con le olive nostrane
Poco meno di una settimana fa, il commissario della Polizia di Stato Giorgio Oliva aveva convocato un’assemblea pubblica, con gli agricoltori e gli imprenditori agroalimentari, per discutere del problema sicurezza nelle campagne e trovare insieme delle soluzioni (http://www.bitontolive.it/news/Attualita/333077/news.aspx). Già in quella sede erano emerse problematiche concrete, legate al monitoraggio delle campagne e al contrasto dei furti, spesso segnalati dagli stessi soggetti interessati ma altrettanto spesso ignorati o trattati con superficialità dalle forze dell’ordine. Le stesse che lamentavano ostacoli nel garantire la certezza dell’arresto dei ladri, a causa delle difficoltà di coglierli in flagranza di reato. In quell’occasione Oliva, dunque, aveva garantito che, per operare con più produttività nel contrasto e nella prevenzione degli episodi criminosi, gli agenti si sarebbero concentrati più sui centri di raccolta, ricettazione e riciclaggio del materiale rubato, che sulla “caccia all’uomo”, difficoltosa e molto spesso inconcludente.
Ed è proprio sui centri di raccolta, infatti, che bisognerebbe intervenire, attraverso controlli minuziosi e ripetuti, in modo da lanciare un chiaro messaggio a chi vive di questi atti criminosi, e li compie con assoluta noncuranza delle legge. Per abbattere questo muro di sfacciato menefreghismo da parte di chi opera nei traffici illeciti, si leva la voce dei cittadini perbene. Di quella fetta di popolazione molto più ampia, che continua a resistere, a testa alta, agli attacchi della criminalità, più o meno organizzata. Dei lavoratori che vivono del proprio mestiere onetamente, e degli imprenditori che hanno fatto del proprio lavoro una ragione di vita.
Tra questi c’è Paolo Dellorusso, mariottano, responsabile del frantoio “Feudo dei Verità”. In un’intervista a BitontoLive, Dellorusso ha voluto denunciare, ancora una volta, la situazione che funesta, anno dopo anno, la campagna olivicola pugliese, minacciata su più fronti: traffici illeciti di olio, mercato nero delle olive, evasione fiscale e frodi sono alcune delle tante facce di quello che, fin dai tempi antichi, era solo un miracolo della natura: la nascita dell’oro giallo, l’olio.
«Questa campagna olearia sarà ricordata come annata di scarica in molte regioni italiane, in particolare del centro-nord, non tanto perchè è un'annata sfavorevole, ma perchè gli oliveti sono già sofferenti per la siccità sofferta nell'estate del 2013. Inoltre, sono stati colpiti da un fortissimo attacco di mosca olearia, che ha compromesso ancora di più la produzione e la qualità dell'olio. In questo scenario, la Puglia e in particolar modo il nord barese, è il bacino più ricco di olive. Ed ecco che la soluzione è semplice: prendono le olive da noi, le nostre olive pugliesi, quelle di Terlizzi, Ruvo, Bitonto, Corato, Andria, e ne producono un olio Dop, spacciandolo per olio toscano, umbro, campano, laziale e così via», esordisce Paolo Dellorusso, arrivando dritto al nocciolo della questione.
La “procedura” da seguire è molto semplice, come ci spiega in poche parole. Olive al centro nord non ce ne sono, ma l’olio serve, e anche tanto, perché è uno degli alimenti trainanti dell’economia di alcune regioni. Come fare, dunque? Basta rivolgersi a “commercianti improvvisati”, ma scaltri e senza scrupoli, come li definisce Dellorusso, venditori di olive, intermediari di questi traffici “poco chiari” di merce, disposti a commercializzare olive a nero. Acquistano le olive a prezzo di mercato dai frantoiani o dai produttori agricoli, per poi rivenderle a prezzo maggiorato (anche 20 euro in più al quintale) ai frantoiani del centro e nord Italia, incaricandosi anche del trasporto della merce per mezzo di autotreni che attraversano tutta la penisola senza alcun controllo, muniti anche dei documenti attestanti l’origine del frutto. Documenti che poi, giunti a destinazione, vengono puntualmente fatti sparire. E così le olive pugliesi diventano magicamente, in un colpo solo, toscane, umbre, campane o laziali.
«Parliamo di ingenti quantità di olive, quasi 10mila quintali al giorno di produzione locale che viene mandata al centro nord, e usata per produrre olio non di origine protetta, ma spacciato come tale», continua Dellorusso.
La denominazione di origine protetta, meglio nota con l'acronimo Dop, è un marchio di tutela giuridica della denominazione che viene attribuito dall'Unione Europea ai prodotti le cui peculiari caratteristiche qualitative dipendono essenzialmente o esclusivamente dal territorio da cui provengono. Affinché un prodotto sia Dop, le fasi di produzione, trasformazione ed elaborazione devono avvenire in un'area geografica delimitata. Usare, perciò, olive non del territorio di produzione per ricavarne un olio che, pur non essendo Dop, si fregi di questa certificazione, significa commettere una frode a tutti gli effetti.
«I principali responsabili sono alcuni frantoi locali e quelli che noi definiamo “magazzini”, cioè quelli che comprano olive a magazzino. Ce ne sono diversi nell’hinterland barese», spiega il responsabile del “Feudo dei Verità”. E continua: «Questi comprano olive dal produttore, accumulano e commercializzano le olive. Non hanno un frantoio, hanno un magazzino, comprano olive e le rivendono, anche da più produttori. Il problema, però, è che lo fanno a nero, senza emettere fattura, lucrandoci sopra e provocando un danno a produttori e frantoiani del territorio pugliese. E’ un vero e proprio mercato nero delle olive. Gli autotreni, carichi di olive nostrane, partono dai frantoi e dai magazzini pugliesi con i documenti a posto ma, se durante il tragitto non subiscono controlli da parte delle forze dell’ordine, quegli stessi documenti che ne documentano origine e provenienza vengono fatti sparire, in modo che i frantoi della altre regioni possano produrre olio Dop, senza essere scoperti».
E’ un gioco da ragazzi, dunque, far arrivare quintali di olive dal sud, con tanto di documenti accertanti l’origine e poi, una volta a destinazione, farli magicamente diventare prodotti locali, pronti per essere moliti e produrre il nuovo olio. Ma come? «Sanno i frantoi come giustificare la produzione di olio da olive non raccolte sul posto, perché altrimenti non potrebbero dimostrarne la tracciabilità e produrre olio Dop. Quindi commettono anche loro un illecito, perché dichiarano il falso. Parliamo, in particolare, di Toscana, Umbria, Lazio, Campania. La Toscana, a dire il vero, meno delle altre zone, perché è sottoposta a controlli più rigidi da parte della Regione. Cogliere frantoi con olive non prodotte sul territorio significherebbe un grave danno di immagine per una regione nota per i prodotti di qualità, oltre alle ripercussioni giudiziarie per le aziende coinvolte», spiega ancora Dellorusso.
Cosa fare dunque per porre un freno a questo fenomeno che, emerso già da anni, ultimamente sta generando preoccupazioni sempre maggiori nei produttori locali, i primi a subire ripercussioni di questi traffici illeciti, insieme a tutta l’economia territoriale?
Gli stessi produttori che, come ci dice Dellorusso, «vendono le olive in buona fede, perché non sanno dove vanno a finire poi queste olive. Io pure sto vendendo le mie olive, ma le vendo a persone di cui ho fiducia, frantoiani del posto e produco fatturazione, quindi vendo in maniera sicura e legale. Non si tratta nemmeno di buona fede, molte volte non si sa cosa faranno questi “commercianti improvvisati” delle tue olive».
Oltre agli illeciti, alle evasioni e alle frodi, dunque, c’è anche un danno economico che si ripercuote sull’intero territorio. «Vengano a comprare l’olio da noi. Perché comprano le nostre olive e non il nostro olio? Perché l’olio è tutto tracciato, non è possibile venderne a nero, nemmeno un chilo, perché oltre alla tracciabilità ci sono decine di controlli».
Ciò che serve, secondo Dellorusso, è «denunciare e controllare questi centri di raccolta». Ma pare che sia proprio questo l’anello debole della catena. «Le denunce e le segnalazioni partono. Il problema è che noi frantoiani siamo sottoposti ad un regime di controllo durissimo, a centomila controlli periodici. Questi magazzini, invece, seppur nati in maniera legale, con le autorizzazioni necessarie, seppur in condizioni igieniche che lasciano a desiderare e pregiudicano poi la qualità dell’olio prodotto, non vengono controllati come noi, perché sono semplici commercianti, nonostante le nostre segnalazioni. Lì non va mai nessuno e invece è lì l’inghippo».
Possibile che nessuno si accorga di niente? Che nessuno sia a conoscenza di questi movimenti illeciti, che si svolgono anche in più giorni? «Le istituzioni, le forze dell’ordine, gli ufficiali sanitari, fanno già tanto, dovrebbero agire in maniera più incisiva e mirata. Luigi Caricati, esperto di olio e olive, continua a denunciare tutto, ma non succede mai nulla. Gli unici controlli rigorosi sono nei frantoi».
«Il punto è questo: bisogna controllare tutto», continua Dellorusso. «Andare nei magazzini, fermare i camion che partono, farsi mostrare le carte, tracciare il carico che, arrivato a destinazione, dovrà per forza essere fatturato. Tanto i magazzini si sanno quali sono e dove stanno. Anche a me hanno proposto di vendere olive a nero, con un guadagno di almeno dieci euro in più per quintale. Io però vendo le mie olive solo nei frantoi di fiducia del territorio, come dovrebbero fare tutti».
E le associazioni di categoria, che dovrebbero tutelare produttori e frantoiani? «Quelli stanno a dormire. Non ci stanno tutelando. La Coldiretti sta nei salotti buoni, come ho scritto su facebook, e si mette d’accordo con le grandi lobby per far quadrare i conti. Perché, altrimenti, in Toscana che olio venderebbero? Parlano tanto di chilometro zero, immaginate come prendono in giro la gente e il consumatore. Lo fanno tutti gli anni, ma quest’anno è un fenomeno in aumento perché le olive al centro nord sono davvero pochissime».
BitontoLive ha raccolto questa denuncia che ha nome, cognome e reputazione. L'auspicio è che non sia solo una “vox clamantis” nel deserto dell’indifferenza.
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