Ermanno Olmi a Bitonto con il suo ultimo film “Il villaggio di cartone”

Fabiola Barile
Il manifesto dell'incontro con Olmi

A moderare l'incontro con il regista don Ciccio Savino ed il critico cinematografico Oscar Iarussi

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Tempi lenti, inquadrature sui volti degli immigrati, il senso di bontà che supera il concetto della fede.
Questi gli argomenti attorno al quale è ruotato il dialogo che ha seguito la proiezione del film “Il villaggio di cartone” del maestro Ermanno Olmi, ieri sera al cineteatro Coviello. Sul palco, insieme al maestro, il rettore della Basilica Santi Medici don Ciccio Savino ed il critico cinematografico Oscar Iarussi.
Tangibilissimo il senso di pietà e indignazione nei confronti di una situazione, quella dell’immigrazione, ormai radicata nell’Italia intera e soprattutto nelle regioni del Sud.
Sofferenza e precarietà si manifestano sul quadro a tinte scure, della storia raccontata dal regista ospite in città.
La vicenda racconta di un sacerdote che si vede smantellare la chiesa in cui officiava da anni, davanti ai suoi occhi increduli. Senza poter fare nulla per impedirlo.
L’impatto iniziale è forte: l’inquadratura si concentra sullo sguardo del sacerdote che leva gli occhi verso il crocefisso appeso sull’altare che viene smantellato, in un atto di violenza che parte dall’intimo del sacerdote e che può estendersi al pubblico tutto: Cristo non da più risposte, il sacerdote è solo come l’intera umanità.
Il sacerdote è stato staccato con violenza dal flusso dell’umanità.
Di lì a poco l’entrata in scena degli immigrati, accolti dal prete nella sua chiesa e nella sua casa, i quali si dibattono tra questioni di irregolarità, di paura per l’arrivo della polizia, di atti di complicità ma anche di odio all’interno della loro stessa comunità.
La scenografia è stata interamente ricostruita all’interno di un palazzetto di Bari, elemento che ha molto incuriosito Oscar Iarussi, che ha coprodotto il film. Un regista viene in Puglia per girare il suo film e sceglie di farlo al chiuso: un serrarsi all’interno delle proprie fobie.
Tornando alla lentezza dei tempi, lo stesso regista l'ha definita “tempi morti”, che vanno considerati come elementi importantissimi nelle nostre vite, indispensabili per le nostre scelte. I famosi “tempi morti” non sono altro che quei momenti di riflessione che ci portano a compiere azioni, a prendere decisioni, a vivere la nostra vita. Per cui la lentezza di quel lasso di tempo è soltanto una maschera di quel ritaglio che utilizziamo per mettere in moto la nostra vita.
E nel caso specifico del film, quel tempo permette al prete di porsi un certo tipo di domande, che prima della solitudine, quando la chiesa era colma di fedeli, non si era mai posto. Che tipo di prete sono? Che uomo sarei stato se avessi ceduto alla tentazione di quegli occhi della donna che incontrai da giovane?
Finalmente si è fermato a pensare e le conclusioni tratte lo conducono ad ospitare, seppur violando le leggi, quei clandestini, perché “il bene supera la fede”, perché la chiesa non chiede più al cristiano in quale maniera prega, come dimostra la sua fede. Si parla di una chiesa che comincia a distaccarsi dalle imposizioni del Vaticano, che prende coraggio e si mette in discussione.
Importante e doveroso per il critico cinematografico Iarussi, è sottolineare la riuscita delle inquadrature puntate sugli sguardi di tutti gli attori del film: “Contemplare, vedere, portare riguardo, come si diceva un tempo, guardare con un certo tempo quegli sguardi: è qualcosa di sacro. Olmi è uno di quei maestri che ci insegna a guardare e riguardare i dettagli in un mondo così affollato. I volti inquadrati in quella determinata maniera sono portatori di emozioni e rilevatori di sentimenti”.
Il messaggio che Olmi lancia dal palco del cineteatro Coviello agli immigrati, è quello di non dimenticare le proprie origini e soprattutto di ricordare che "loro sono in Italia come rappresentanti della loro Africa e non come fuggitivi”.
Uno degli attori protagonisti del film è salito sul palco del Coviello. Nel suo fututo – ha detto – vede “un ritorno alle origini, a riconsiderare i valori della terra, riscoprendo il vero senso delle cose e non considerandone il costo”.

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