A tu per tu con Gaetano Lattanzi

Danilo Cappiello
Gaetano Lattanzi

Il numero uno dell’U.S. Bitonto parla della sua avventura in neroverde. Tra passato, presente e futuro

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Raro vedergli raccogliere i palloni in fondo alla rete. Sicuro nelle uscite basse, altrettanto sicuro nelle uscite alte, amante dei rinvii lunghi. Gaetano Lattanzi, portiere classe 1990, si racconta in un’intervista per i lettori di BitontoLive. Parla della sua prima esperienza in neroverde, del suo rapporto con i compagni di squadra, del suo ritorno a Bitonto e della sua vita al di fuori del dal terreno di gioco.

Ha scelto subito di fare il portiere, o ha cominciato giocando in altri ruoli?
No. Ho cominciato giocando nella posizione di mediano. Se ora faccio il portiere lo devo tutto a mio padre perché è lui che mi ha indirizzato verso questo ruolo. Credo che comunque il calcio sarebbe stata la mia strada e forse era anche destino, visto che al 6° mese di gravidanza mia madre era allo stadio a Bari per seguire la finale del 3° e 4° posto fra Italia e Inghilterra ai mondiali di Italia 90.

Il suo è il ruolo più delicato in questo sport, quanto sente questa responsabilità?
I primi tempi in cui ho cominciato a giocare a determinati livelli agonistici, la sentivo molto questa responsabilità che si tramutava in una vera e propria paura. Poi però, di partita in partita, accumulando esperienza, ho imparato a gestire bene sia la responsabilità sia la paura che ne derivava.

Quanta sicurezza le danno i compagni del reparto difensivo?
La massima sicurezza. Mi fido ciecamente di loro, e spero di trasmettere anch’io a loro la stessa sicurezza che danno loro a me. E’ un aspetto molto importante perché portiere e difesa devono entrare in simbiosi, devono essere quasi una cosa sola.

C’è un portiere che ha assunto come modello?
Data la mia struttura fisica in molti tendono a paragonarmi ad Angelo Peruzzi. Io invece preferisco paragonarmi a Matteo Sereni, un grande portiere senza alcun dubbio, ma meno extraterrestre del primo.

A chi dedica le sue parate più belle?
Le mie parate più belle le dedico ai fini del risultato e alla cronaca. I calci di rigore parati, invece, hanno una dedica speciale, ma il destinatario resta top secret.

Lei è già stato qui a Bitonto nell’anno in cui purtroppo la squadra è retrocessa ed è stata poi costretta a ripartire quasi da zero. Che ricordo ha di quella stagione?
Ricordo che nonostante tutto fu una stagione straordinaria e con un condottiero altrettanto straordinario come Mr. Pizzulli. Purtroppo a volte il calcio è ingrato, perché quell’anno meritavamo ampiamente la salvezza.

Come si reagisce ad una parata mancata?
L’importante è lasciarsela alle spalle il prima possibile, perché farsi condizionare può costare poi caro ai fini del risultato. Dopo un errore conta molto il sostegno dei compagni, anche se c’è chi cerca di confortarti il più possibile e chi invece ti colpevolizza ancor di più.

Come vive le ore prima di una partita, ha qualche rito scaramantico?
In un clima di grande tranquillità, anche perché scendo in campo sì con la giusta concentrazione ma penso anche a divertirmi mentre gioco. Mi allaccio sempre prima la scarpa sinistra e metto prima il guanto destro, ma più che scaramanzia credo sia abitudine.

Che rapporto ha con i compagni di squadra?
Prima che compagni di squadra sono degli amici anche fuori dal campo. Siamo un buon gruppo anche se delle volte in campo capita di avere qualche diverbio anche un po’ acceso. Ma è normale: mentre si gioca una partita si è carichi di tensione agonistica.

Come mai ha scelto di tornare a Bitonto?
Perché sono cresciuto a Bitonto, è la mia casa e sono legato sentimentalmente a questa città. Spero di diventare parte integrante del progetto-sogno che mira alla serie D, campionato minimo al quale una piazza come Bitonto merita di ambire.

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Commenti

  • VITO NAGLIERI (utente non verificato)

    grande uomo ragno!!!!!