Otello di Shakespeare ovvero la tragedia senza tempo dell’amore tradito

© Viviana Minervini
L'altra sera, al Traetta, molto più convincente Maurizio Donadoni di Massimo Dapporto
Se non ci fossero stati l’anima del Grande Bardo, che aleggiava sull’impiantito – cosa che accade ogniqualvolta in qualsiasi angolo di mondo si rappresenti un suo dramma –, ed un superbo Maurizio Donadoni, credo che l’altra sera sarebbe stato ancor più tiepido l’applauso al teatro Traetta.
La prima ha lumeggiato i meandri più ascosi della natura umana, pure quelli luciferini e tremendi, il secondo ha donato al pubblico uno Iago a tutto tondo, grandioso persino nell’irridere al trillo oltraggioso d’un improvvido telefonino.
Eh sì, sarà che è crisi anche nel mondo teatrale (una finzione di cielo che ora annotta ora albica ed una cinerea scogliera erano tutta la scenografia), sarà che l’oro è sempre oro e non tollera d’esser trattato quasi fosse rame, certo è che, al termine dell’Otello, i bitontini si sono guardati un po’ perplessi.
La storia non vi è chi non la conosca. Il generale Otello – un Massimo Dapporto non molto convincente, dalla recitazione forzata – in terra cipriota schiena le truppe turche ed è tronfio della sua grandezza.
Brilla il suo cuore dell’amore per l’eterea (forse troppo, Angelica Leo) Desdemona, conquistata con vanagloriose narrazioni d’imprese epiche o pseudo tali.
L’amico e attendente Iago fa serpeggiare il male nell’idillio e spinge il luogotenente Cassio (senza infamia e senza lode, Massimo Nicolini) fra le braccia della fanciulla, limpida e pura.
Una notte di bagordi ed un fazzoletto ben ricamato fanno il resto.
Ed è tragedia.
L’uomo che ama senza saggezza finisce per impazzire, è il suggerimento scespiriano.
La verità è che l’amore tradito scava nel cuore del cuore una ferita che nessuno mai potrà medicare.
Peggio se il tradimento è solo supposto, perché ti martella dentro un rovello di congetture invincibile.
Il condottiero ammazza la moglie, invano difesa dalla fantesca Emilia – Federica Fabiani, lei sì, credibile ed efficace nella parte – e poi si toglie la vita, una volta accortosi dell’esiziale errore. Il consigliere fraudolento Iago, causa dell’intreccio ingannevole e letale, viene condannato e passa dall’ammirazione di tutti – finanche la nostra, quando esclama: “oggi per ottenere una promozione bisogna essere raccomandati”. Ah, l’attualità di Shakespeare… – al disprezzo altrettanto corale.
Non senza però passare dalla sensazione disorientante del dilemma interiore che un uomo prova, dinanzi allo specchio dell’anima: “Io non sono quello che sono”, sconsolato ad un certo punto quasi sussurra.
Noi, che critici teatrali non lo saremo mai, non vi sappiamo dire perché, ma quando il sipario s’è chiuso, abbiamo ripensato d’acchito e con nostalgia al pasoliniano lucente “Che cosa sono le nuvole” e alla marionetta Iago-Totò gettata dal monnezzaro Domenico Modugno (voce argentina che canta “Tutto il mio folle amore lo soffia il cielo così”) in una discarica.
Dinanzi allo spettacolo impareggiabile dei candidi batuffoli che carezzano l’azzurro lassù, con stupore bambino il genio sospira: “Ah, straziante meravigliosa bellezza del Creato”.
La bellezza, ecco, forse questa è mancata l’altra sera a teatro…
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!







Strisce blu e pass disabili, a Bitonto il sospetto degli abusi per non pagare