Il Racconto/Quando la dolce meraviglia del cuore ti lascia senza respiro

© n.c.
Il mistero della vita spiegato da un nonno a suo nipote. Il germoglio che nasce dalla pianta…
Si svegliò di soprassalto.
Sentiva i battiti del cuore espandersi nella gola come se il suo corpo fosse diventato una casa abitata dall’inquietudine.
Era sudato.
Accese la luce, si guardò un attimo allo specchio e trovò un inspiegabile luccichio nei suoi occhi grandi e marroni.
Luca non era un ragazzo a cui piaceva mostrare le proprie debolezze.
Non aveva mai pianto. Neanche quando lui era andato via.
Tutto inspiegabilmente cominciò a vorticargli intorno.
Frasi, foto, gesti, ricordi immancabili che aveva sempre temuto.
Erano passati anni, ma lui non aveva mai superato quel che era accaduto.
Tutto era tornato lì, come otto anni prima.
“Luca! Scendi, dai che facciamo tardi!”
“Sì, arrivo!”
Ogni domenica la giornata cominciava così.
Lui che lo chiamava sotto casa, con il solito riconoscibile fischio e Luca sempre in ritardo.
In ritardo per la messa nella chiesa a cento metri da casa.
Per la passeggiata fino al cimitero a trovar la nonna, per il ritorno con un sorriso sulle labbra pieno di dolce malinconia.
Non era mai routine.
Ogni settimana il racconto di una grande epopea.
Per Luca, suo nonno, era un eroe.
Il nonno che si gettava in mare al freddo di settembre per devozione.
Il nonno che aveva fatto la guerra.
Il nonno che ogni giorno, con fatica, profondo amore aveva cresciuto quei dieci figli sempre così troppo lontani. Sempre così tanto presi dalla frenesia dei giorni per potersi riabbracciare tutti e rigiurarsi amore fraterno.
Quella domenica non fu una domenica normale.
Il cielo era grigio, triste, malinconico d’una notturna pioggia.
Luca non si perse d’animo, sapeva che solo lui era il raggio di sole che poteva far spuntare il sorriso al suo adorato nonno.
Durante la passeggiata il bambino si fermò.
Nella sua testa cominciarono ad affollarsi domande su cosa fosse la solitudine.
Se ci fosse in realtà una forma di profondo eterno amore che ci lega l’un l’altro.
Discorsi troppo grandi, forse, per un bambino di dodici anni.
Non si perse d’animo.
“Nonno ma mi lascerai mai da solo?”
“Vedi i solchi della mia mano?”
“Sì – rispose dolcemente Luca – ora stringimela forte forte. Quella è la mia vita, la mia corteccia. Quelli sono tutti gli amici che mi hanno abbandonato, voltato le spalle. Sono tutte le sconfitte che la vita mi ha riservato. Dietro di esse, piccolo mio, si racchiude il mio cuore che batte, ancora un po’, per dar vita ai piccoli germogli. Tu sarai eternamente il mio piccolo germoglio”.
Il bimbo un po’ frastornato chiese “ma cosa significa per sempre, nonno?”
Seguì il silenzio…
P.S. A Nicolangelo e Filippo, piccoli germogli.
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