L’editoriale/Oggi al voto il popolo del centrosinistra. Le primarie che vorrei

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Nei giorni dell’acceso dibattito (evento felice è il coinvolgimento degli elettori) il dubbio maggiore è quello non della preferenza, ma della leadership
Il tratto che caratterizza positivamente la kermesse delle primarie è, naturalmente, quel distacco abbastanza naturale che si ha dalla politica dell’apparato.
Tornare a scegliere i rappresentanti, fare politica dal basso, partecipare.
Chiunque provi ad opporsi alla validità di queste idee, in un regime democratico, sbaglia.
Il rischio che si corre, tuttavia, è l’indottrinamento fanatico, quella forte dipendenza dall’arte affabulatoria della retorica, che ha il potere di rendere interessanti tutti i candidati.
Può sfuggire, infatti, il grosso danno che deriva dall’ossequio al leader.
Sia egli l’uomo calmo, in là con gli anni, capelli perduti, rassicurante perché saldo, un reperto essendo.
Sia egli il giovane eroe, manica di camicia arrotolata, battuta pronta, l’innovatore, il rottamatore.
In mezzo, le persone comuni, ricoperte di ogni attenzione nei giorni in cui devono concedere il proprio voto, salvo poi ritrovarsi abbandonate come cani sulla strada a giochi fatti.
Nei giorni dell’acceso dibattito (lo ripetiamo, è sempre un evento felice il coinvolgimento degli elettori) il dubbio maggiore è quello non della preferenza, ma della leadership.
Si può preferire questo o quel candidato, certo, ma di fatto c’è l’ombra del malcontento che, presto o tardi, potrà colpirà l’elettorato relativamente alla leadership cui sarà destinato il vincitore.
E questo è un dubbio che si mostra come fondato proprio perché questi ultimi giorni hanno mostrato quanto la politica sia, in realtà, ancora lontana anni luce dall’esigenze di una popolazione quotidianamente vessata dalle difficoltà della vita.
Difficoltà, le più generiche, che gli attori della kermesse politica non conoscono.
Tra privilegi, sprechi, gozzoviglie di ogni natura, il rigore preelettorale cui sono soliti abituarci si è spento troppe volte, in passato, subito dopo il contenimento serioso delle campagne elettorali, per poter credere che non possa accadere ancora, in futuro.
L’Italia bella, l’Italia dei congressi di partito, delle lacrime in diretta televisiva.
E l’Italia salottiera e sporca, dove l’arroganza del potere non si placa.
E non si tratta di un malvezzo interno al centrosinistra che viene raccontato nei giorni delle primarie. Né si tratta di una porcheria tutta interna al centrodestra, nei giorni in cui le illusioni delle primarie si scontrano con l’oggettiva, incontrastata, senza tempo realtà del potere assoluto dell’uomo della provvidenza.
Si tratta, in realtà, di un gioco interno a entrambe le parti, in mezzo alle quali, a farne le spese, sono gli operai che escono di casa al mattino e raggiungono il loro posto di lavoro: una cabina a trenta metri dal suolo, su una gru, che una tromba d’aria presto spazzerà via, ponendo fine alla vita, all’umiltà, al coraggio, al loro sogno di persone perbene.
Ma non certo alla loro dignità.
Ci sono gli insegnanti che, ogni giorno, nelle scuole ammassate tanto da studenti svogliati quanto da giovani promesse, mettono di tasca propria i soldi per le fotocopie, corrono da un’aula all’altra per coprire più turni.
C’è la disoccupazione (quella giovanile, in Italia, nei giorni delle primarie, ha raggiunto quota 36,5%).
C’è la macelleria delle libere professioni, con la minaccia di toccare le pensioni dei professionisti per salvare i buchi del welfare pubblico.
Ci sono i piccoli imprenditori che chiudono le loro aziende e si impiccano in un sottoscala.
Le famiglie (quanti i casi anche nella nostra città?) che vivono come travolte dal mare in burrasca, annegando nel riflusso, perché la politica assistenziale non può più mettere fondi a disposizione, e la casa possono perderla, così, da un momento all’altro.
Quello che servirebbe a un paese come il nostro non è la scelta tra due persone, un demagogo e un dinosauro (scelta che si può compiere, peraltro, solo “turandosi il naso”).
“Le primarie che vorrei” dovrebbero consentire una scelta molto più netta, radicale: quella tra i falliti di sempre o un’altra, di rimboccarsi le maniche (e non arrotolarsele per una diretta televisiva), ripartendo da zero.
Ripartendo, insomma, non da un uomo nuovo, che nuovo certamente non è, ma da una nuova idea di Stato, una nuova prospettiva culturale.
Da una nuova identità.
Un risorgimento che parta da ciò che, adesso, abbiamo purtroppo in grande quantità: le macerie di un regime che di partitocratico, in questo caso, non ha niente, ma di politico, invece, ha tutto.
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