L’editoriale/La crisi, la rivolta e il fuoco fatuo (se si spegne la protesta)

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Ma si tratta di una questione sociale sempre più incontrastabile, che ha l’amaro sapore dell’ isolamento e della povertà
Le scene viste negli ultimi giorni parlano chiaro: la gente comune non ne può più.
Cortei, slogan, striscioni.
Manifestazioni di piazza, studenti in rivolta e professori che non se la sentono di dire che sbagliano.
Perché vittime di un male comune, una perdurante depressione economica.
Quella cosa che, ormai da cinque anni, chiamiamo genericamente “crisi”.
Che gli studenti vedono nella più totale assenza di prospettive, nello scippo dei loro sogni e delle loro aspirazioni, subito ogni giorno.
I professori, e con loro i nuovi poveri e i ceti medi, passando per la nuova piccola e media borghesia italiana, nella irreparabilità di una situazione lavorativa al collasso: concorsi pubblici farlocchi, contratti bloccati, sempre meno soldi.
Strutture carenti, personale insufficiente.
Tutti, dunque, alla ricerca della migliore soluzione possibile.
Che, vista l’esasperazione, deve essere sembrata quella di scendere in piazza, imparare slogan e frasi sferzanti, rime baciate piene di rabbia e di dissenso, e gridare la frustrazione dell’abbandono, l’opacità dell’isolamento, la tristezza del disagio sociale.
Tutto bene, basti pensare a questa linearità anche abbastanza efficace, un’unione di intenti che supera le barriere generazionali, un bell’esempio di partecipazione.
O, inoltre, alla dimostrazione che quella lunga serie di ruberie, vilipendi della cosa pubblica, soprusi d’ogni sorta, perpetrata da una casta politica infame (quella in cui agiscono uomini che si travestono da maiali per sollazzarsi più agiatamente nelle proprie porcherie), alla lunga, non riesce a restare impunita.
Tutto male, invece, se mai questa protesta dovesse spegnersi.
Il rischio più grande, infatti, di quella che pareva avere, qualche giorno fa, le sembianze di una vigorosa rivolta, sta nella grande assenza di “prospettive” che, nonostante i fischi, o migliaia di “dita medie” alzate al cielo, resta.
Angosciosa e opprimente.
Perché si nutre del fallimento tipico di quella che, smettendo i panni della protesta, potrebbe diventare un fuoco fatuo.
Se accadesse, certo, come ogni fuoco fatuo, l’idea della rivolta brillerebbe nella notte, illuminandola di nuove felici sensazioni e rendendo finanche possibile ogni nuova e migliore veduta, all’interno della confusione crepuscolare.
Ma, subito, si spegnerebbe, facendo piombare tutto in una nuova, e se vogliamo peggiore, oscurità.
Gli indignati bitontini, ma in questo caso il discorso sul riferimento anagrafico dei sognatori si fa molto, molto relativo, se si fermano (ed è molto probabile che si fermeranno), perderanno.
Come sempre ha perduto l’Italia delle rivolte, un Paese dove, per dirla con le parole del maestro Longanesi, “le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola”.
Ecco perché, pur riconoscendo a questi splendidi ragazzi il loro ruolo, quello giocato nelle strade di Bitonto, e poi di Bari, aleggia, in chi scrive, un pessimismo di fondo.
Che, sperando possa presto essere distrutto da nuove conferme, con ogni probabilità contraddistinguerà il destino degli studenti, dei loro professori, delle centinaia e centinaia di famiglie coinvolte in una questione sociale sempre più incontrastabile, che ha l’amaro sapore dell’ isolamento e della povertà.
E non resta, dunque, che rivolgere un invito a quanti, in questi giorni, hanno alzato la voce: non fermatevi. Non costringeteci a dire che la vostra battaglia l’avete perduta.
Perché, con voi, perderebbe anche quella parte sana della collettività che è stanca di non essere più rappresentata da nessuno. Che, nonostante il pessimismo di fondo, crede in voi. Perché, come voi, non ne può più dell’antidemocraticità di una politica affarista e nepotistica.
Una politica che, nei nostri giorni, si muove nel silenzio delle candidature (presto, nomine) uniche nei partiti, dietro le quali aleggia lo spettro, o meglio l’ombra, sghignazzante di una dirigenza “dura a morire”.
Di una politica votata allo sbarramento nichilista.
Una politica che, fallendo la rivolta, si reinventerebbe sempre uguale a se stessa.
Continuando a istituzionalizzare il marcio (come sta facendo), a colpire duramente il popolo (come sta facendo) e intenzionata a non cambiare affatto (come intende fare).
Voi, invece, cari studenti, cari indignati, cari arrabbiati, cosa intendete fare?
Commenti
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Sono perfettamente in linea con lei Sig.Garofalo.Dovremmo tutti noi unirci a questi fantastici ragazzi,sostenerli per fare in modo che non finisca tutto come lei ha perfettamente descritto nel suo articolo.Tutti dicono di essere disgustati da questa politica fatta di furti e ruberie,malaffare e politica,ma poi tutti noi infiliamo la testa nelle spalle,nascondendoci dietro la retorica del”tengo famiglia”,perche’ tutti abbiamo paura di perdere quel poco che abbiamo,senza pensare che poco alla volta,lo perderemo comunque.







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