L’editoriale/Nei nostri giorni. Limiti e meriti della politica bitontina

Emilio Garofalo
Il Consiglio comunale

Tra pochissimi splendori e tanta miseria, pure una serpeggiante depressione invincibile

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Nei nostri giorni, le nuove conferme.

Sulla depressione che ha colpito i partiti.
Sulla depressione dei consigli comunali.
Sulla depressione di un sistema che si mantiene politico e, dunque, paradossale, debole e autoreferenziale. In cui si muovono piccole pedine che detengono un grande potere: quello di incidere, molte volte negativamente, sulla ripresa della città.

Si percepisce ancora sia la centralità di un “lider maximo”, il sindaco Michele Abbaticchio, che, concentrandosi sulle prospettive del riformismo strutturale, le insegue, sia la accidentalità di un Consiglio comunale impegnato a contornare il gioco politico, senza però una metamorfosi di sorta, per il gusto di proseguire, come si fa quando si è schiavi di una cattiva abitudine, nell’indignazione e nella protesta.

E si tratta, il più delle volte, di un centrosinistra che si arrabatta sulla strumentalità dei gesti e di un centrodestra il più delle volte concreto sì, ma, allo stesso tempo, attento a temi di importanza pressoché pari a zero.

Troppo rare, infatti, sono le lotte scomode, quelle, come dire, “alla Paolo Intini”, il consigliere che parla pochissimo durante i Consigli comunali, ma, con una precisione impressionante e efficiente, studia i problemi, per individuarne le soluzioni, e si ritrova, se suo malgrado non si sa (però, forse sì, suo malgrado) a comprovare, col suo onesto lavoro, le “petulanti” e disoneste orazioni dei suoi colleghi.

Troppo rari, dicevamo, questi positivi esempi, che muoiono nelle teatrali questioni gridate, invece, ai microfoni di palazzo Gentile, dai soliti noti, da chi aspetta l’appuntamento stigmatizzando l’avversario sempre e comunque, accecato da una rabbia retorica che non consente nemmeno di distinguere l’iperbole dalla realtà, una frase fatta da una sentenza concreta.

Certa politica è la negazione della sensatezza, in cui l’arbitrio di un commento apocalitticamente appassionato, quindi concretamente povero di contenuti, si impone sull’esigenza di una riflessione costruttiva e propositiva.
Certa politica, sopravvivendo a se stessa,  resistendo, è quella che più fa male.

Perché si pone di traverso contro chi intende ripartire da quel comune senso di libertà.
La controresistenza di Michele Abbaticchio, infatti, si tramuta in un’assolutizzazione del suo ruolo che, sulla carta, può diventare pericolosa (l’autoreferenzialità del capo è sempre un rischio da scongiurare) in pratica, tuttavia, rappresenta l’unica speranza di salvezza per la città.

Gli osservatori, l’opinione pubblica, gli elettori –ci si chiede- come devono leggere queste dinamiche?
Per quelle che sono: un intreccio di situazioni politiche che vuole, alla guida della città, un uomo invidiato dalle altre amministrazioni, di peso nelle sfere (per quanto gli è e gli è stato possibile, certo) del potere centrale per la ponderatezza dei suoi piani, e che partecipa, per quanto gli compete, a quell’idea di partecipazione raccontata durante i giorni onirici della campagna elettorale.

Ma che, in questi mesi di lavoro, si è ritrovato solo.
E quindi deve, in un certo senso, sbrigarsela da solo.
E se questa è autoreferenzialità, accusiamolo pure di essere autoreferenziale.
Se questo significa venire meno alle promesse di partecipazione, accusiamolo pure di essere uno spergiuro.
Se questo significa tramare alle spalle degli elettori e della cittadinanza, accusiamolo pure di essere un losco figuro.

Ma per essere coerenti, per accusare il primo cittadino di tutte queste nefandezze, dobbiamo avere anche l’onestà intellettuale di dire come, sempre lui, questo bieco sindaco, sia stato capace di riportare, tra i temi della questione bitontina, quelli della cultura, o della sicurezza (e ben si sa quanto sia “donchisciottesca” la battaglia, per chiunque amministri questa galera a cielo aperto che è Bitonto) e, soprattutto, dell’aver ripreso a parlare dati, numeri e risultati (benché tutti da migliorare, questo non ci stancheremo mai di dirlo, anche quando saranno migliorati) alla mano.

Quando la solitudine “invera” l’azione, ci si ritrova dinanzi a un modello nuovo, nuovissimo, per quelli che sono stati gli standard della nostra città. Standard di una vecchia politica che vecchia non è.

Anzi, si ritrova depositaria di una forza antica, quella della poltrona, del doppio petto sotto la giacca cui attaccare le dita della mano quando si parla, dell’aizzamento.
Che, oggi, nei giorni del nuovo che cerca disperatamente di emergere, si riscopre, forse per sopravvivere, ancora più forte.

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Commenti

  • Mimmo Sgaramella (utente non verificato)

    Dobbiamo combattere affinchè Bitonto non diventi quartiere di Bari…Altro che città metropolitana…ci vogliono far fuori il nostro prodotto…la civiltà contadina e poi pagheremo le tasse per i bell’imbusti che riscaldano una sedia