L’opinione/ Allegria!

Emilio Garofalo
Palazzo Gentile

Sulla composizione delle commissioni consiliari interviene persino la Prefettura

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Allegria: le Commissioni consiliari, così come “imposte” dalla maggioranza, non vanno bene. L’imprimatur negazionista giunge dalla Prefettura, incalzata da una discussa missiva del presidente del Consiglio comunale, dal fronte dell’opposizione accusato di partigianeria, Vito Palmieri.

Ovvero l’uomo che, chiedendo delucidazioni in merito alla validità dei gruppi sorti dopo “l’Aventino” di Palazzo Gentile,  otteneva, di tutta risposta, una netta cassazione dal vertice dell’ente di Piazza Libertà.

Allegria, ma non c’è da stare allegri. Ora potrebbe essere, infatti, tutto un susseguirsi di rivendicazioni (se non di perfidie varie ed eventuali) e, soprattutto, un incasinamento generale dovuto alla procedura di smantellamento del vecchio impianto regolamentare in forza di uno nuovo.

In linea di principio, nulla quaestio: no rappresentanza dell’opposizione, no Commissioni. Assenza del “quorum strutturale”, dicono. Va bè, inutile addentrarci nella selva oscura dei regolamenti, delle sentenze e degli orientamenti, operazione che infastidisce non poco, noiosa com’è, e tuffiamoci a bomba sullo scenario che, invece, al di là dei commi e delle norme, ci si para davanti. 

Cosa vediamo? Forse ci mancano non poche diottrie, perché è difficile distinguere il concretizzarsi delle sottili trame ostruzionistiche dell’opposizione dal perfezionamento di un corretto iter  democratico. Serve, forse, oltre a un bel paio di occhiali nuovi, anche una buona dose di pazienza intellettuale.

Ci aiuterebbe a capire le difficoltà interpretative, dovute alle stesse parole del Prefetto Tafaro. Da un lato, “l’impossibilità di funzionamento delle commissioni”, dall’altro quella “persistente volontà dei gruppi consiliari appartenenti alla minoranza, di non designare i propri rappresentanti all’interno delle Commissioni”. Bravo chi ci capisce qualcosa. Nell’attesa, attendiamo e speriamo, azioni che, dalla politica cittadina, ci sono sempre garantite.

Allegria: mentre la Città metropolitana avanza, come un mostro fagocitante e ingordo, c’è nell’aria la possibilità di non aderirvi. Di opporsi. Noi, si sente dire in giro, diciamo “no”. Bene, chissà perché, ma i virili sbarramenti ideologici che si sta cercando di opporre a una norma statale (anzi, a un decreto, visto che la legge ordinaria dovrà essere attuata per decreto, proprio perché in Italia l’attività legislativa ha smesso di essere garanzia per diventare uno strumento di potere indiscriminato in mano a quattro lestofanti impuniti)  non convincono più di tanto.

E non per una differente veduta politica rispetto a quella del fronte dei detrattori (chi, pensandoci, vorrebbe vedere limitata la propria autonomia?). Semplicemente perché appaiono infondati i presupposti della discussione politica del problema, che spesso dà adito a sofismi e dietrologie. Molto pericolosi, se vero è che la Città metropolitana è sul punto di epslodere.

Sofismi e dietrologie che spuntano come funghi a Palazzo Gentile. Infatti, invece di prestare attenzione alla suddivisione dei poteri, all’individuazione dei campi di competenza degli enti smembrati e poi accorpati, farsi trovare pronti con la giusta dose di perizia, magari anche garantendo il giusto supporto al primo cittadino (sempre più invidiato nel circuito degli altri enti amministrativi limitrofi) si perde tempo con discorsi che ricordano una vecchia, ma mai fuori moda, retorica piazzista da quattro soldi.

Fortuna che, a spuntare, sono anche episodi di democrazia partecipata, con Michele Abbaticchio che indice un’assemblea aperta alla cittadinanza per discutere sul tema, facendoci dimenticare i paradossi del passato contro cui praticamente tutti si sono, nel tempo, scagliati. Anche perché, spulciando gli svariati testi delle fonti normative (e non stiamo parlando solo di norme ordinarie, ma anche della fonte primaria, la Costituzione)  che hanno previsto, sin dal 1990, l’istituzione dell’area metropolitana, si capisce come il raggiungimento dell’obiettivo di questa mini-globalizzazione si debba a un meccanismo un tantino diverso, che prevede il coinvolgimento dei cittadini, ma solo marginalmente.

Un meccanismo di fatto lungo, ponderato, che si basa sul confronto e sulla partecipazione degli enti comunali, i quali si ritrovano, a causa del riordino dell’architettura istituzionale, al centro di nuove e delicatissime responsabilità, impegnati nella definizione del corretto “menabò” istituzionale. Procedura con la quale i cittadini hanno, è facile immaginarlo, ben poco a che fare.

Osiamo dire, inoltre, che potrebbe persino esserci la possibilità di nuovo sviluppo: in fondo, non è detto che il binomio cambiamento-peggioramento sia una nuova, incontrovertibile verità, anche in tema di riforma degli enti amministrativi. Tuttavia, siamo troppo coinvolti per capirlo, troppo presi dai nostri personalismi per accettarlo. E, sugli scranni, sembrano troppo “politicizzati” per volerlo.

E quindi, ad eccezione dell’iter democratico del coinvolgimento della cittadinanza attiva, si sfora in un vuoto propositivo, ci si chiude nelle bellezze oratorie da agone elettorale. Si resta impalati, senza invece scattare in contropiede, ora che si dovrebbe, per bucare la politica più infima e potenzialmente letale.

Quella che, ancora una volta, sceglie di giocare col destino dei cittadini. Si sceglie di non farlo, ed è un errore, se non altro perché sarebbe opportuno cominciare a contrastare sul serio le peggiori derive dell’imposizione che avanza.

Allegria, sì, allegria. Anche se non ci sentiamo sicuri, anche se guardiamo avanti e vediamo un sopravvivere a oltranza, a causa di quelli che ora sembrano ostruzionismi dolosi ora appaiono come attente analisi, sensate e fondate.

E chiediamo scusa a noi stessi, e poi naturalmente ai lettori, se non riusciamo ancora a offrire una lettura chiara di questi equilibri. Ma non è colpa nostra se nessuno si ferma a ragionare responsabilmente. Comunque, la nostra potrebbe essere soltanto una testa fasciata senza aver subìto alcuna rottura.

Però potrebbe anche trattarsi di una paura fondata: quella di dover dipendere da quanti stanno scegliendo di non farsi trovare pronti agli stravolgimenti che, quando si verificheranno, ci potrebbero travolgere senza pietà.

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Commenti

  • Gabriele cesarano (utente non verificato)

    elucubrazione noiosa…………. per cosa??? Semplicemente autocelebrativa.