L’emozione eterna dell’azzurro di Francesco Speranza

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110 anni fa nasceva il pittore bitontino
Questa non sarà, non vorrà essere una rievocazione fine a se stessa, stretta al mito ingenuamente romantico di una bitontinità ormai non solo e non già persa quanto, più semplicemente, legata a tempi irrimediabilmente altri dai nostri.
Siamo nel 2012 e lui, Francesco Speranza, nacque 110 anni fa.
E 110 anni sono, ne converrete, un’altra epoca.
Un’altra epoca per un’arte, però, eterna. Come lui, del resto, seppe affrescare e raccontare.
Scriviamo oggi di Speranza perché il 2 agosto del 1984 passava ad altra vita.
Ci emoziona abbozzare, peraltro su mezzi di fortuna, queste nostre righe proprio qui, al caldo mare di Santo Spirito, con le aizzate onde alte da una parte e il paesaggio urbano della “marina di Bitonto” dall’altro.
L’incanto del buen retiro così soavemente dipinto dal maestro.
E così, mentre un adiposo (ma non meno affettuoso) papà spiega all’omologamente corpulento figliolo il meccanismo del molo, delle pietre che arrestano il marino moto; mentre un immobile gabbiano ti fissa per un attimo e poi finge sostenuti imbarazzi, ebbene, in questi istanti, è come se rivedessi il timido e piccolo corpo di Speranza prendere i suoi colori e sognare sulla tela.
Veramente, in tal guisa, non riesci più a capire dove finisca Dio e cominci l’artista e viceversa, considerato che il cielo che ammiri, mentre le onde ora paiono persino calmarsi, sembra davvero quello dell’azzurro di Speranza.
Azzurro di Speranza.
Brividi, lettori.
Ma come poteva chiamarsi se non così, uno che, per dirla con Pablo Picasso, all’età di 12 anni dipingeva “come Raffaello” ma poi ci ha messo una vita per imparare a dipingere “come un bambino”.
E come definì Charles Peguy proprio la speranza, se non “virtù bambina”?
Non è tempo, ora, di stare a tediarvi con discorsi tecnici o biografici.
Francesco Speranza pieno e acuto pittore del ‘900. Statene certi.
Pittore e artista, perché se è vero che fu magistrale nei tre esercizi canonici della pittura (paesaggio, ritratto, natura morta), è anche vero che egli seppe ritrarli con un tocco e un passo particolari, dell’anima sua.
Ogni suo lavoro appare come segnato da un lieve tratto di pudore e silenzio.
“Ritorno all’ordine”, certo.
Ma anzitutto alle origini, ai valori primi, all’Uno.
Speranza, dunque, retoriche a parte sui tempi andati, fu grande interprete del secolo passato, ben oltre i confini pugliesi, come assai noto a chi sa.
Dieci anni fa, in occasione del centenario della nascita, sindaco il prof. Nicola Pice, la città seppe ricordare a dovere il suo cantore (una rassegna in suo onore e molto altro).
Quest’anno ci auguriamo qualcosa di simile possa accadere.
L’assessore alla cultura, nonché sindaco, Michele Abbaticchio risponderà.
Ne siamo certi. È un piccolo dovere che dobbiamo verso chi ardì effigiare con dolce delizia i semplici pastelli del nostro cuore comunitario.
A fine pezzo, torniamo a contemplare mare e cielo –mare e cielo di Santo Spirito- e, ancora una volta, ci chiediamo, affatto sacrileghi, se ringraziare Dio o Speranza. Ringraziando entrambi, per una volta, non saremmo retorici o melensi. Saremmo quasi freddi, etimologici.
Dio e Speranza –come parole, come nome, come realtà- non possono proprio sapere cosa sia la scissione e la differenza.
Siamo infatti convinti che tutto abbia un senso.
Figuriamoci –seguendo il solco del pensiero antico- le parole e i nomi.
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