Il Dialogo/La luce e il buio, il doppio destino oscillante della nostra acerba città

Marino Pagano
la Cattedrale

Seconda parte del dialogo tra Emilio Garofalo e Marino Pagano

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Caro Emilio,
ma hai sentito? Hai “visto”?

La luce va e viene nel centro storico. Cos’è? Una metafora? Una presa in giro, stolida e sordida insieme?
La luce e il buio. Il giorno e la notte. L’alba e il crepuscolo.

La speranza e la desolazione, magari? Come dire: si può cambiare, forse no.

Sai cos’è che realmente -nella realtà proprio dico- ci manca?

Ci manca la capacità di saperci raccontare. Lo pensavo proprio mentre ti scrivevo.

Decenni fa, in questa città, c’era una gran figura come il medico-letterato Gaetano Vacca, fine affabulatore degli angoli più reconditi delle nostre viuzze e dei vicoli dell’anima.

L’Italia, come sai, l’ha raccontata più Guareschi di quanto non l’abbian fatto i saggi di storiografia. Oppure Comencini, Monicelli, Risi.

Perché una cosa la temo. Vale a dire l’utopistica ubiquità tra racconto e vita. Forse, talvolta, il giornalista di redazione racconta la vita che non fa.
Parla e narra di situazioni dette, lette, pensate. Mai vissute.

E allora ben venga questo nostro piccolo contributo, che accolgo vivamente. Avverbio non casuale. Vivamente perché vivo la vita da vivere, la sento e la soffro. E tento di raccontarla.

Vivere la vita, vivere il giorno che ci è dato di vivere.
Giorno. Giornale. Giornalisti! Lo vedi che ci siamo?

Il giornalismo o è purezza di un destino collettivo o non è.
Tensione comunitaria, pensiero inquieto: il giornalismo ha da esser nient’altro che civile.
Civile, urbano: due aggettivi che dicon forse cortesia, gentilezza?

No! Essi dicono, sin dall’etimo, la città. La nostra aria, il vento nostro, l’alito comune. La speranza, porca miseria.
E che speranza può mai avere un giornalismo fermo e polveroso? Come può sperare chi non pensa? Non si dà una speme che non sia mente.
Così come non si dà una speranza che contempli le ombre.

Propongo a te e ai nostri venticinque lettori un passo, forse un po’ lunghetto.
È di Renato Serra, giornalista civile e culturale, scrittore e critico letterario del nostro magico primo novecento (da “Esame di coscienza di un letterato”).
“Certi problemi non possono rimaner legati al destino di una generazione; che può anche essere fiacca, pettegola, ottusa, cieca e vile; come questa sembra. Ma l’Italia è un’altra cosa. È una realtà. Pare che dorma, in questa distesa grigia, fra queste Alpi taciturne e questo mare scolorito, sotto il cielo basso e chiuso; con tutti i suoi uomini rintanati nel torpore e nello squallore delle piccole case, ognuno stretto fra i suoi muri, seduto alla cenere e al fumo del suo focolare, imprigionato nel suo buco, nel suo orizzonte, nei suoi interessi, nella sua meschinità. Di quali problemi si può accorger l’egoismo, che è la forza sola e la ragion d’essere che ha sostenuto e mantenuto attraverso il tempo, al di fuori del tempo, la vitalità del branco, attaccato alla sua terra, alle sue cupidigie, al suo lavoro e al suo dolore, oggi come tremila anni fa; come sempre, fin che ci saranno viventi sotto il sole?”.

Caro Emilio, comincio questa nostra serie di dialoghi così.

Togli Italia, metti Bitonto. Non ci ritroverai che noi. Noi tutti.
Noi a ripensarci: oltre spari, egoismi, grettezze.

Perché Bitonto non è solo allo stato puberale: è acerba.
Immatura malgrado la storia.

Ripensiamoci, invece. Ora, proprio ora che le nuove sulla Città Metropolitana ci voglion periferia di una fagocitante realtà. Ora che ci chiuderanno, pare, anche il tribunale. Ma pensare alla “primavera” cui alludi tu non basterà.

Non ci serve la primavera delle istituzioni. Ci serve quella della città.

Oltre ogni medietà-mediocrità. In un momento in cui molto, a partire proprio dai disegni baresi, farebbe pensare alla morte, desidero la primavera.
Io vorrò esserci. Chiudo ancora con Serra (tanto amato da Carlo Bo, lo dico a te che forse mi leggerai da Urbino).

Una citazione che non elude la speranza.
“E l’Italia resta. Non finisce, non muore; anche se sembri ora esclusa dal dramma immenso, sorda al richiamo del suo destino, abbandonata come un pezzo di legno morto fuor della corrente della storia”.

Mutatis mutandis: vogliamo rassegnarci alla morte di Bitonto?

Alla fine, si tratta semplicemente di non mancare alla chiamata di una cosa nascosta, spesso citata e millantanta, quasi sempre raggirata: la coscienza.
Ciao, caro Emilio.
Ti aspetto. So che ci sarai anche tu.

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Commenti

  • rondavirtuale Bitonto (utente non verificato)

    Andare all’acinino pagano 40 euro.