“Agesilao Milani”, tra opposizione ai Borboni e ascendenze dantesche

Marino Pagano
La copertina del libro

L’opera di Jatta sull’attentatore del re curata da Anna Maria Cotugno

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San Benedetto Ullano, piccolo comune arbëreshë della provincia di Cosenza.
Nacque lì e venne da lì la mano agitata che volle attentare alla vita del re.

Napoli, 8 dicembre del 1856, giorno dell’Immacolata Concenzione.
La mano è quella di Agesilao Milani.
Il monarca è Ferdinando II, re delle Due Sicilie, sovrano di una dinastia fortemente devota alla fede cattolica.

Finita la funzione solenne legata alla festività, spazio alla tradizionale parata militare dell’esercito sul Campo di Marte napoletano, dove oggi sorge l’aeroporto di Capodichino.

Ma un colpo di baionetta spaventa tutti.
Ecco che Agesilao, spinto dall’odio verso il cosiddetto “tiranno”, rompe le righe e si lancia sul suo corpo, riuscendo a ferirlo. Fu il parapiglia.
Il re se la cavò, il popolo festeggiò lo scampato pericolo.

Ad Agesilao, invece, non fu possibile evitare l’inevitabile: il 13 dicembre fu impiccato in piazza del Mercato.
L’epoca, del resto, era quella. E le leggi erano inflessibili.

Ma ci fu chi rimase scosso dall’accaduto e, liberale e anti-borbonico, pensò di mettere in versi, precisamente in terzine dantesche, la vita e l’atto del Milani.
Ad immortalare letterariamente il gesto e il suo significato ci pensò, infatti, Giovanni Francesco Jatta, di Ruvo di Puglia, esponente della borghesia meridionale benestante e agiata, ferocemente opposta al casato allora regnante.
Fu studioso di archeologia, teologia e letteratura.

Suo zio Giovanni fu il celebre archeologo che raccolse gli inestimabili reperti ancora oggi conservati presso il museo archeologico nazionale ruvese, intitolato proprio agli Jatta.

Per la verità, successivamente, anche lo stesso Ferdinando provò clemenza, come almeno racconta Michele Topa nel suo “Così finirono i Borbone di Napoli” (opera pubblicata nel 1960 e ristampata trent’anni dopo).

Pare che il sovrano riprese fortemente il suo medico quando questi, nell’accostarsi ai segni delle ferite del colpo del Milani, ebbe a definire offensivamente la memoria del condannato a morte.
Materia per revisionisti, si dirà.

Il dato storico non cambia: Agesilao pagò duramente il suo gesto.

Così come lo pagò, se possibile con ancora peggiore disumanità, decenni dopo, il povero lucano Giovanni Passannante, anarchico, attentatore del sedicente “re buono” Umberto I, recluso a vita (pensando in più di fargli un favore, evitandogli la morte) in una cella dalle misere e squallide condizioni igieniche, posta sotto il livello del mare (a Montelupo Fiorentino, in Toscana: stessa sorte capiterà al romano Pietro Acciarito, pure attentatore di Umberto).

Ciò per significare che non è tanto la storiografia segnata ideologicamente a dire chi, in effetti, fu “re buono” e chi “re bomba”: bastano i racconti di vite e di fini umane come queste.

Tornando all’attentatore calabrese e allo Jatta (1832-1895), davvero interessante e benissimo curata appare una recente edizione del suo “Agesilao Milani”, opera stampata a Napoli nel 1863, che trova la radice storica nel fatto del 1856, ma quella estetico-letteraria nel motivo dell’ascendenza dantesca: recita infatti esplicitamente “a Dante” la dedica del testo.

L’afflato delle rime del pugliese è chiaramente antiborbonico, anticlericale, seppur in una prospettiva non repubblicana ma chiaramente filosabauda e antimazziniana. Ma soprattutto l’opera va collocata nella “fortuna” di Dante nell’800, in chiave decisamente nazionale e patriottica.

Segue dunque quest’analisi, prettamente di storia della letteratura, e in particolare di storia del cammino del modello letterario dell’illustre fiorentino, la cura del testo, a firma della professoressa Anna Maria Cotugno, dell’Università di Foggia, ateneo presso cui insegna, non a caso, Critica dantesca.

La docente ha studiato a fondo, tra l’altro, la ricezione di Dante nella letteratura moderna e contemporanea.
Davvero notevole, in questo senso, la sua lunga introduzione al volume, avente per tema una breve biografia dello Jatta, un approfondimento sull’opera in questione, ma soprattutto l’argomento “Mito e presenza di Dante durante il Risorgimento”.

Il libro, una piccola chicca, è elegantemente pubblicato dalla Stilo editrice.

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