Bitontolive risponde al quesito del senatore Pd Giovanni Procacci

Emilio Garofalo
Camera

Oggetto della discussione, la riforma della legge elettorale

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Qualche giorno fa, il senatore Giovanni Procacci, dalla sua pagina Facebook,  si è rivolto ai cittadini chiedendo loro un’opinione sulla riforma della legge elettorale. In particolare, ha domandato ai suoi interlocutori quali fossero le loro posizioni in merito al doppio turno e alla introduzione del semipresidenzialismo alla francese, con l’elezione diretta del Capo dello Stato.

Il dibattito, accesissimo in questi giorni, sta impegnando i partiti, alle prese con l’approvazione delle riforme istituzionali che, in questo momento, sono oggetto di esame alla Camera e al Senato. Il dubbio posto da Procacci è incardinato su una proposta, riassunta in sei emendamenti, presentata dal Pdl, a firma congiunta del presidente del gruppo di centrodestra al Senato, Maurizio Gasparri, e del suo vice, Gaetano Quagliariello.

Queste, alcune tra le modifiche di rilievo (anche costituzionale) che, se dovesse essere accolta la riforma così come proposta, sarebbero introdotte: elezione diretta del presidente della Repubblica, durata del mandato ridotto da sette a cinque anni, con la possibilità di essere rieletto una sola volta. E, ancora, decadenza del Capo dello Stato dalla presidenza del Consiglio superiore della Magistratura.

Il mini-sondaggio di Giovanni Procacci ha rivelato come molti dei suoi contatti siano favorevoli alla soluzione della diretta eleggibilità del Presidente della Repubblica. Proviamo anche noi ad animare il dibattito. Lo facciamo, però, non solo rispondendo alla domanda del senatore, ma anche lanciando alcune provocazioni. Non sappiamo se saranno costruttive. Siamo certi, invece, che questo sarà il loro unico intento.

Cominciamo con un’ovvietà: la legge elettorale attuale va cambiata, in quanto sia il sistema della rappresentatività, sia l’assetto istituzionale dello Stato sono stati duramente colpiti da quella che fu l’introduzione del “Porcellum”, incredibile scempiaggine (altro che riforma) elettorale che solamente la Lega Nord, un po’ villica e molto opportunista, avrebbe potuto concepire. Sappiamo di sfondare una porta aperta, visto che lo stesso senatore ha ribadito, martedì scorso, questa necessità nel suo intervento in Senato.

E’, infatti,  al “colpo di genio” di Roberto Calderoli, l’impunito autore dell’attuale legge elettorale, che si devono l’introduzione delle liste bloccate, incatenate al volere dei partiti e la conseguente impossibilità, per l’elettore, di esprimere la propria preferenza per questo o quel candidato.

Ed è a questo obbrobrio normativo che si deve anche la disaffezione dei cittadini verso un sistema costretto a incancrenirsi sulla sua apicale esclusività. E, per giungere ai giorni nostri, anche il vertiginoso aumento di consensi di una politica aprioristicamente definitasi anti-sistema. Quanti danni.

Proseguiamo con una ulteriore, amara riflessione, prima di entrare nel dettaglio del quesito avanzato da Procacci. Purtroppo, siamo italiani. Purtroppo, sì, perché questo ci costringe a sottostare alle difficilissime procedure regolamentari, che rendono impossibile ogni reale semplificazione normativa (e, grasse risate, al ministero omonimo sedeva proprio lui, il “genio” Calderoli, ricordate?).

Ed ecco, dunque, come quello che dovrebbe essere un semplice percorso legislativo –comprensione di inefficacia di una norma, o peggio della sua palese iniquità, individuazione di una nuova (o, all’occorrenza, anche vecchia) soluzione, approvazione della nuova norma- diventi, nel nostro Paese, una dura corsa a ostacoli, per giunta insormontabili, che si protrae per anni.

Ma essendo queste le regole (brutte) del gioco (orrendo) del riformismo italiano, non possiamo sottrarci, dobbiamo accettarle e, per quel che ci riguarda, dire la nostra, senza omettere, certo, di raccontare la loro.
Impunemente, si è atteso (e si continua ad attendere) troppo. Deputati e senatori si sono barricati dietro le discussioni, che, se per un verso non sono mai inutili, per un altro a nulla servono se, poi, non sono seguite da un netto ed efficace intervento.

Che, però, non c’è mai stato, visto che i nostri parlamentari non sono mai intervenuti sul Porcellum con la giusta dose di fermezza, ovvero con l’intento di porre freni alla sospensione della democrazia. Sette anni, francamente, ci sono sembrati e continuano, ahinoi, a sembrarci un po’ troppi.

Tuttavia, nelle ultime ore, si sono susseguiti continui richiami da parte dei presidenti di Camera e Senato, i quali hanno spinto sull’acceleratore delle riforme istituzionali, chiedendone l’emanazione in tempi brevi.

E, allora, il semipresidenzialismo? Bene: a noi sembra, in tutta sincerità, una specie di “oppio delle Camere”, cioè una distrazione che ingarbuglia ancora di più la questione, allontanandola inesorabilmente dal tema della volontà di cancellare l’attuale norma. Procedura che, a causa dei compromessi, degli inciuci, delle costrizioni e delle concessioni non si è mai perfezionata.

Per quanto riguarda la modifica Costituzionale della figura del Presidente della Repubblica, peraltro l’unica istituzione degna di questo nome di cui dispone la politica italiana (e non saranno certo gli alti e i bassi di Giorgio Napolitano a farci cambiare idea), non possiamo fare altro che sostenere una tesi, semplice e chiara: non può essere materia di discussione di queste Camere, disegnate dai partiti e non dagli elettori. Tutt’al più, resta una possibilità su cui dovrebbero esprimersi i cittadini, come ha anche sottolineato Giovanni Procacci a Palazzo Madama.

Comunque, non eludiamo la domanda, e rispondiamo nel merito: noi ci dichiariamo contrari al semipresidenzialismo. Per due motivi. Il primo è il seguente, ed è di natura culturale: è pericoloso dare agli italiani uno strumento di tale portata. Non saprebbero gestirlo, a causa della loro storia, del carattere e della proverbiale propensione alla sottomissione.

Noi siamo il popolo che non ha compreso, e fatica ancora oggi a comprendere, il conflitto di interessi, che ha creduto, e ancora oggi crede, nell’uomo della provvidenza e nei “santi subito”, che ha preferito, e continua a preferire, la forma alla sostanza.

Che si è fidato dello charme impomatato di Silvio Berlusconi (un ruolo diverso, certo, ma il risultato di un meccanismo identico) e non ne ha saputo evitare il dramma. Che si fida sempre più di Beppe Grillo, abilissimo comunicatore e rampante idealista, ma, politicamente, improvvisato e alterno.

Si potrebbe andare avanti per ore, e noi certo non lo faremo. Anche perché riteniamo che sia utile credere un po’ di più nel proprio spirito di osservazione e sfogliare, magari, qualche manuale di storia italiana. Tanto, tutte le risposte sono lì dentro, ben custodite .

Il secondo motivo per cui siamo contrari al semipresidenzialismo, invece, è di natura politica: una legge elettorale degna di questo nome porrebbe nuovamente i cittadini nella condizione di scegliere responsabilmente i loro rappresentanti, con la conseguenza che le Camere sarebbero ripopolate di persone degne di quegli scranni. Uomini che, a loro volta, saprebbero, dunque, eleggere con responsabilità il Capo dello Stato. Perché, dunque, intervenire e modificare il testo della Costituzione?

Procacci, poi, si è interrogato, coinvolgendoci tutti, sulla legge elettorale in sé. A tal proposito, noi rispondiamo, innanzitutto, ricordando al senatore, così come ai lettori, che non siamo politici, né politologi, quindi il nostro commento è passibile d’ogni critica.

Tuttavia, crediamo di poter sostenere, anche in questo caso, una tesi semplice e chiara: bisogna recuperare quegli elementi minimi da porre a garanzia di una partecipazione vera e incondizionata (ma il semipresidenzialismo illude, in questo senso). Far sì che gli elettori rispettino leggi scritte da uomini scelti responsabilmente e, soprattutto, direttamente.

A questo traguardo si potrebbe giungere, ad esempio, rispolverando la vecchia legge Mattarella, per la quale, si ricorderà, si era già lottato, in passato, per via referendaria. Certamente, ripulendola dei limiti che si trascina dietro, limiti che comunque non sono paragonabili ai vizi gravissimi del porcellum, e riadattandola alle più sane esigenze della nuova politica italiana.

Noi, lo ripetiamo, non siamo tecnici, quindi non abbiamo la possibilità (né forse il desiderio) di lasciarci andare ai tecnicismi del caso. Nonostante tutto, crediamo di essere stati abbastanza chiari. Una cosa, però, dobbiamo ancora dirla a chi ha cercato, prima di sedere in Parlamento, il confronto.

Senatore Procacci, lotti affinché si eviti la degenerazione nell’imbroglio della casta, affinché si eviti che sia l’affanno dei partiti in difficoltà a indicare la direzione che dovrà intraprendere la riforma. Lotti affinché il popolo non sia più violentato. Affinché le istituzioni siano il fine, non il mezzo.

Non sappiamo se le abbiamo risposto in maniera corretta, anche perché, in merito alla normativa, restano delle incertezze che, siamo certi, noi non siamo riusciti a risolvere. Ma raccontarle inquietudine e speranze dei cittadini ci è sembrata la cosa migliore.
E, su questo, invece, non abbiamo mai nutrito alcun dubbio.

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