Ripartire si può

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Il nonsense dell’antipolitica e gli obiettivi dei partiti
L’eventualità che l’antipolitica, con la sua ondata di gruppetti, listarelle, associazioni e movimenti, diventi assoluta protagonista della politica è assai remota.
Non si può escludere, certo, ma c’è una specie di dicotomia, che esaurisce la possibilità di rinnovamento del sistema se confezionato da chi, quello stesso sistema, dichiara di volerlo cancellare.
La scomparsa di quell’impianto di gestione delle risorse della cosa pubblica non è pensabile, né auspicabile.
Da sempre gli italiani, maestri di convenienza e trasformismo, personalità furbe e ingegnose, si sono ridotti alla scelta del meno peggio, in un ribasso qualitativo opzionale disarmante.
Il voto, un’incombenza. La partecipazione, percepita come la summa dell’indignazione e della protesta.
E, di conseguenza, ogni volta, al malcontento si è risposto con episodi di assembramenti consociativi, ovvero gli uomini di turno della provvidenza, imbonitori e piazzisti da quattro soldi che, aizzando la folla, alzando la voce, agitando i pugni, promettevano questo e quello, salvo poi ricredersi su tutto o, peggio, lasciarsi andare alle più brutte derive personalistiche.
Il fallimento della politica dei nostri giorni, pertanto, nonostante il gran parlare che si fa su tutti i livelli sociali, dalla micro-realtà di paese, al macrocosmo nazionale, è sì acclarato, ma non disperabile. Il rovesciamento dei ruoli, che segue sempre ogni rottura di sistema, non si può, infatti, trascinare “ad libitum”.
Se così fosse, questa eterna manifestazione di malcontento diverrebbe, a sua volta, il nuovo sistema da rovesciare. E sarebbe percepito come un colossale fallimento. Per giunta, se queste nuove forme di gestione passassero definitivamente, non si potrebbe più parlare della cosa pubblica in termini politici. Sarebbe tutt’altro. Cosa, ancora non è chiaro.
Resta, dunque, solo una via percorribile: il rinnovamento (e non, appunto, la cancellazione) di un sistema che resti, però, in tutto e per tutto, politico. E’ vero, attorno ai partiti aleggia l’esasperazione degli elettori. Nelle strade, una spessa nube di indignazione popolare, che non stenta a diradarsi.
Ma è opportuno, e l’invito è rivolto a chi carbura questa disaffezione, diffidare dalla autoreferenzialità di chi la dichiara e la rivendica, per evitare che un difetto del sistema (qual è il fallimento partitocratico) diventi una patologia incurabile della democrazia.
Partendo dalla ribellione, infatti, c’è il serio rischio che si sfoci nell’assolutismo di un apparato nuovo e ancora deregolamentato. La riproposizione, cioè, della solita, vecchia storia, tipicamente italiana, che ha visto il popolo sempre e comunque soggiogato agli umori del liberatore di turno, incapace di contrastarlo, costretto a subirlo.
Una girandola di umiliazioni sociali che, praticamente dalla fine dell’impero romano, sino ai giorni del berlusconismo più barzellettiero e sfrenato (e della tecnocrazia di Monti, perché no?), non ci ha mai resi liberi per davvero, succhiandoci l’autenticità della partecipazione e l’indipendenza.
Questo, però, è un miracolo che non potrà compiersi senza che vi sia una nuova politica. E’ il tripudio della banalità, è vero, tuttavia non si può parlare di cambiamento senza rinnovamento, esattamente come non si può continuare a fidarsi del messia del momento, che sarà pure stato in grado di ottenere consensi (e, pertanto, bisogna rispettarlo e legittimarlo), ma non può proporre soluzioni di un sistema attingendo da altri sistemi: non sarebbero né validi né credibili.
Però, si diceva, se da un lato l’antipolitica non potrà essere il nuovo strumento del regno o il neo scettro di un nuovo potere costituito, allo stesso modo è opportuno che i partiti, tutti, si superino e cambino restando se stessi.
Spogliandosi pure della arroganza che ne ha contraddistinto gli apparati. Abbandonando sul ciglio della via, sbagliata e percorsa sinora, tutte le imperfezioni che hanno causato l’esplosione dei nuovi fenomeni di stagione.
E’ necessario non ridurre a mera asfissia la fiducia del popolo, per evitare degenerazioni idealistiche, per inibire la (facile) tentazione della fiducia verso quel profeta del nuovo (cioè del niente) che, strumentalizzando il malcontento, o proponendosi come il guaritore del malessere collettivo, si ritaglia il posto d’onore nell’olimpo del potere.
La politica nosocomiale è semplicemente l’esposizione dei difetti, la rivendicazione (che, per carità, ci sta tutta ma non è sufficiente) dei viziacci che, per troppo tempo, hanno ricoperto il ruolo di “moire” di un’intera società, delusa e disillusa.
Una società che ora pretende, giustamente, armonia, serenità dei rapporti, trasparenza dei ruoli, gestione pulita dei fondi, eticità comportamentale. E che, in risposta, non può ottenere un chiacchiericcio fondato, per inverso, sulle fobie, sulla ribellione, sul “nossignore”, sulle piccolezze.
Traghettando la riflessione alla realtà bitontina dei nostri giorni, non si può non osservare come l’episodio dell’elezione di Michele Abbaticchio sia quanto di più felice potesse accadere. Non scandalizziamoci subito e non accusiamo chi scrive di essere di parte, poiché la positività che in questa sede si racconta non è frutto di militanza politica, né una mitragliata post-mortem sui perdenti.
Semplicemente è la consapevolezza che, al fallimento che ha riguardato, bene o male, l’intera nazione, la nostra città ha risposto con una via mediana. Non ha scelto l’antipolitica, con qualcuno dei suoi furbetti che sputa in quel piatto in cui, con la legittimazione popolare, si ritrova poi ad attingere.
Ha scelto, semplicemente, chi, capendo la delusione, non l’ha strumentalizzata, ma l’ha considerata il punto di partenza del suo progetto, che è e resta politico. E ha accolto senza problemi i partiti, seppur marginalmente, nella sua compagine. Certo, ora si può solo vaticinare un futuro migliore.
Ma è qualcosa, nel tormentato scenario d’oggi che ha consentito di tenere a distanza di sicurezza i bizzarri profeti del momento, che inveiscono contro un sistema di cui, però, chiedono di far parte. In definitiva, lo possiamo dire: sì, ciò che è accaduto a Bitonto non è poi così male. Anzi, in un certo senso, è quanto di meglio ci potesse capitare. E’ il miglior punto d’avvio che una società, che deve e vuole cambiare, potesse rimediare. Da cui ha senso, dunque, pensare di poter ripartire.
Commenti
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Ma, fammi capire, la politica di cui parli è quella del Parlamento i cui membri non vengono eletti dal popolo ma nominati dai capigruppo dei partiti? Tra l’altro anche ammettendo che democrazia significhi mettere una croce sul simbolo di un partito, non capisco come possano esistere in Parlamento realtà come ad esempio FLI che nessuno ha votato. A mio parere quando la corruzione diventa insostenibile è normale che ci sia rinnovamento e che forme politiche diametralmente opposte a quelle in vigore ne prendano il posto. Nessuno ai tempi delle monarchie nazionali avrebbe auspicato l’avvento della democrazia.
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Egregio signor Garofalo,
se avesse vissuto la giornata del 2 Giugno 1946, sicuramente avrebbe votato MONARCHIA !
Purtroppo la società si divide in SUDDITI e CITTADINI e, chi nasce suddito, per propria cultura, per una visione della società che necessariamente deve essere mummificata, statica, ripetitiva, noiosamente ripetitiva, non può che vedere e approvare la staticità istituzionale, politica e culturale, escludendo qualsiasi cambiamento perché strettamente ancorato ad un sistema – il proprio – che gli consente di continuare ad essere ciò che vuole essere tralasciando – per pigrizia intellettuale – che la società è un corpo vivo e complesso in continua evoluzione politica, etica, morale, giuridica .
Avrei voluto argomentare punto per punto il suo scritto ma BitontoLive è avara di spazio e non permette che commenti scarni . -
Non son d’accordo sulla sua analisi dell’antipolitica (come si è accodato a descriverla seguendo un laitmotiv nazionale perdente), essa dimostrerà il suo saper (o non) fare a Parma, città importante e complessa;







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