L’Analisi/ Quando la difficoltà maggiore è il vero cambiamento

© web
Uso e abuso del concetto del nuovo in politica
Qual è la misura del vero cambiamento? Gli ultimi colpi di coda di campagna elettorale stanno confermando ciò che, da mesi, si sta compiendo chiaramente sotto gli occhi di tutti: da un lato, si prosegue coerentemente (ed elegantemente) sulla strada dell’indiscussa cortesia. Dall’altro, nonostante se ne sia compresa la assoluta inutilità, si preferisce continuare a levare alto il dito accusatorio.
Per quanto sia difficile individuarlo, perché non si sa se l’opinione politica debba tradursi in un commento alle accuse o agli insulti, oppure alla cultura politica in sé, cerchiamo di restare in tema: la possibilità di arrivare a un vero cambiamento se, nel cercarlo, si utilizzano modi di fare ancora così antiquati.
Quelli che muovono gli elettori, sono interessi oggettivi, speranze di cittadini, ma gli arrivisti della politica matematica sembrano non volerlo accettare. Obiettivi che nulla hanno a che fare con l’ideologia, o col nonsense delle pretese partitiche.
Cosa significa, questo, in termini di politica amministrativa? Vuol dire che a Palazzo Gentile dovranno salire uomini e donne capaci di rifare il manto stradale. Di costruire ponti e sottopassi in poco tempo, di consentire alle casse del comune di rimpinzarsi fino a una indigestione finanziaria che renda possibile il rilancio dell’arte, delle zone periferiche, del centro storico.
Anche perché, a breve, la campagna elettorale finirà. E terminerà il giocarsi cinicamente l’uno contro l’altro. Ci sarà spazio soltanto per quel leopardiano (e dunque, forse, effimero) godimento nell’aspettare la sentenza inappellabile del ballottaggio. Di colpo, si smetterà di essere nemici, come forse non lo si è mai stati fino in fondo, e non si sarà più nemmeno amici, come pure, probabilmente, non lo si è mai stati.
Quando le luci sull’ultimo comizio si spegneranno, i litiganti smetteranno il crescendo anomalo dell’ingiuria e diventeranno soltanto un’ enorme formazione condannata a un patimento patibolare.
L’anarchia della fase d’inseguimento della leadership, il riscatto temporaneo del pulpito da cui pronunciare cupi moniti e demolenti filippiche, la stomachevole questua del voto, le domande contornate di violenza e le risposte elusive contornate di furbizia: improvvisamente, tutta roba vecchia.
E sarà quella la fase in cui ci si misurerà, per davvero, col cambiamento. Pertanto, una curiosità: stanno facendo tutto il possibile affinché si eviti, dopo la consueta staffetta tra nuovi modi di concepire la città e di viverla, il ritorno di tutti alla mercé della bitontinità (quel meraviglioso mix di indifferenza e timidezza, in cui solo la retorica grezza sfoggiata in pubblico avrà avuto senso)?
La paura è che sarà stata questa la sola cosa capace di influire sul cambiamento, sparpagliando confusamente ideali, progetti, speranze o inseguendo la tirannia della seduzione, il fascino dello scandalo e causando il disastro dell’insulto. Cose, queste ultime, che tanto piacciono ai pettegoli ma che, sicuramente, meno affascinano gli elettori.
E, allora, il cambiamento? Sarà proprio questo che si misurerà a breve, quando, finito il ballottaggio, se ne andranno, come amanti che si lasciano, la neomondanità, il decoro della folla festante, le grandiosità di una politica che affabula per rintuzzare i signori delle opposte fazioni, la polemicità e la foresteria di chi è andato autocompiacendosi dei propri meriti.
Perché sarà la campagna elettorale stessa a superare il suo stesso “splendore”, terminando, assieme all’uso e all’abuso politichesi del concetto del nuovo. Dando, pure, l’avvio a una nuova fase, che coinvolgerà tutti i partiti, i candidati, noi stessi: quella della languida schiavitù della paziente e trepidante attesa, che ci incatenerà a un momento di passaggio, a uno scetticismo scaramantico. A una speranzosa attesa di un cambiamento. Ed eccolo, dunque, che ritorna, sempre e sempre.
Ma sarà davvero così? Guardando alle luci e alle ombre di una delle campagne elettorale più ambivalenti che si ricordino -viziata dal formalismo a servizio del pubblico, dalla responsabilità ostentata, dalla matrice cattolica-familista rispolverata e assunta a modello di un vivere angelico, dal trasformismo non solo impunito ma addirittura legittimato con i voti del primo turno- il cambiamento non si è avuto come tutti avrebbero voluto.
E inoltre c’è il rischio che quel po’ di buono nato dalle ceneri di tutta questa bella frenesia verbale si allontani inesorabilmente, per fare posto alle vecchie, solite maniere. Quelle tipiche del potere, che, una volta ottenuto, fa dei detentori degli smemorati cronici. Subiremo tutto questo, cioè il solito mancato lieto fine? Sì, certo. Tutto questo accadrà se il cambiamento sarà stato soltanto la hit della stagione elettorale.
In definitiva, chi governerà dopo aver fatto un mucchio di promesse (o dopo essersi profuso in una insensata sequela di insulti) la prima cosa che sarà chiamato a fare sarà individuare la formula per mantenere tutte le prime (e avvalorare precipuamente i secondi). Trovata la formula, dovrà applicarla. Solo così, poi, il resto potrà venir da sé, portandosi dietro il cambiamento, come il trofeo più prezioso da strappare via sul campo di battaglia.
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!







Strisce blu e pass disabili, a Bitonto il sospetto degli abusi per non pagare