Scandali artati e finti indignati

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Le frenetiche ore finali della campagna elettorale
Su, siamo seri. Pretendere una campagna elettorale moderata, elegante, dignitosa era e sarà sempre un’utopia. Perché sono gli uomini a condurla, con le loro passioni (poche) e con le loro debolezze (molte). Quindi, non stupisce affatto l’inasprimento dei toni, né dovrebbe far soffrire.
Ma quanto sta accadendo nelle ultime ore, gli elettori, di qualsiasi partito, non se lo meritano. Sta succedendo di tutto, in questi giorni tumultuosi. E’ stato intrapreso il rush finale delle consultazioni amministrative e sono esplose magnificamente le gelosie e le piccolezze, le bacchettate e le miserie, in un azionismo di massa che ormai non ha più nessun limite morale.
Nulla di razionale e sensato può giustificare questo estremismo di creatività politica, in cui se non sei allineato col pensiero dominante sei un vile, se vinci sei un pericoloso ostacolo alla etica politica. Sono lontani i tempi (e vien da chiedersi, a questo punto, se siano mai esistiti) in cui chi perdeva rifletteva, in preda a un turbinio emozionale responsabile e maturo.
Oggi, è un conflitto senza deontologia, un mirare alla testa dell’avversario, premendo sul grilletto della falsità e dell’ingiuria. Un ripetersi ossessivo di errori grossolani, che già in passato hanno lacerato non solo una coalizione, ma un intero sistema politico.
Un’ingenerosa e interminabile sequenza di accuse montate ad arte e moralismi inefficaci. Mentre qualcuno si chiede anche che lezione possa dare chi ha dimostrato di voler scrivere la sua storia con il contrasto, con il trasformismo, con il dispiegamento di forze alienanti, con la contraffazione dei valori etici e politici.
Questa paura diffusa del nuovo, che essendo irraggiungibile non si può fare altro che colpire con raffiche di ingiurie, sta da un lato condizionando la politica affarista delle votazioni, dall’altro si sta spingendo ad un pericoloso punto di non ritorno: la demagogia sfrontata potrebbe caratterizzare l’intero sistema della governabilità del paese.
Si preferisce affossare i valori della politica, quelli comuni, che tutti dovrebbero considerare validi, sottomettendoli ai giochi protervi della poltrona. E’ il rincorrere dei secondi, che in realtà restano i primi degli ultimi. E’ il tipico meccanismo del vittimismo ad uso e consumo di chi ha proseguito in una lotta senza temi, in un revisionismo di simboli che è stato facilmente smascherato dagli elettori.
Ed ecco, dunque, i colpevoli di ben altri “errori” segnare con la penna rossa presunti scandali, pretendendo che l’elettorato si fidi e si affidi a questa patacca di lente d’ingrandimento dell’ultim’ora. E questo resta comunque un programma che, si può dire, è stato portato a termine: la restaurazione che tutti temevano, quella delle dichiarazioni fini a se stesse, dei virtuosismi oratori velenosi, della retorica indignata e scandalistica.
Viene da tapparsi le orecchie, disincentivare la polemica, ignorare questi divulgatori strazianti. Il profetismo della moralità, di cui i partiti a disposizione dei bitontini sono, in fin dei conti, paurosamente svuotati, l’ ipocrita mobilitazione dei nuovi saggi, le spaccature sempre più evidenti e sempre meno sanabili la dicono tutta sulla condizione politica della città.
E’ il nuovo che avanza, trascinandosi dietro, però, la geriatria politica, quella dei comportamenti e degli atteggiamenti, quella delle illogicità e delle delittuose strategie di comunicazione accusatoria. Che, inevitabilmente, finisce col chiedere agli elettori di riconoscervisi.
Quella a cui stiamo assistendo, in questi giorni poveri di cultura ed educazione, è una vera e propria deriva. E’ una pazzia ideologica ingiustificabile, che non lascia spazio alla possibilità dell’alternativa, che invece fa salvo ogni impianto democratico.
Ed è una deriva pericolosa, perché si vivono le passioni stravolgendo i valori, si guarda al bene, predicando il male. Non c’è ragionamento, ma accecato ideologismo. E’ un gioco di prevaricazioni, che si rifletterà inevitabilmente su un popolo, quello bitontino, immobile già di per sé, arroccato nei suoi disvalori e nei suoi pregiudizi.
E’ il tripudio delle contraddizioni, la firma sull’attestazione di rinuncia all’evoluzione. E’ la minoranza intransigente e battagliera che lotta per la maggioranza. E’ l’ argomentazione di chi non ha argomenti. E’ la grande colpa degli aspiranti eletti e il grande rischio dei sicuri elettori. E’ la vorace vivacità dei militanti. E’ la disperata ricerca della vittoria alle urne.
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