L’eterno contrasto delle sinistre bitontine

Emilio Garofalo
I quattro candidati

Dalla campagna elettorale all’esito del primo turno

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Non definitivamente, certo, ma si può dire che i bitontini hanno scelto. Innanzitutto, di non votare. Un dato, questo, che è stato letto en passant, assunto al rango di informazione di carattere generale, quando si tratta, in realtà, di un problema politico di fondo.

Non siamo al 21 maggio, di conseguenza non si può tracciare un bilancio della tornata elettorale, essendo questa tecnicamente ancora in corso. Tuttavia, una lettura politica del primo turno delle amministrative è possibile.

E, dunque,  prima ancora di riflettere su chi già può festeggiare, prima ancora di capire a cosa sta andando incontro la città, è necessario soffermarsi brevemente ma incisivamente sul calo dell’affluenza alle urne degli aventi diritto.

Una nuova ondata di antipolitica? Un disinteresse cronico misto a rabbia? Un filo rosso che ci lega a uno Stato, piuttosto, in cui, più o meno dappertutto, è stata decretata la sconfitta del vecchio impianto politico.

Che si tratti conservatorismo di destra o di progressismo di sinistra, alle urne il disincanto e la sfiducia hanno ottenuto grandi consensi. Gongolano, infatti, il civismo delle liste “borderline” (che fanno politica ma non sono politiche, e di cui degni rappresentanti abbiamo anche noi in città) e, soprattutto, chi ha recitato al meglio la parte dell’innovatore, promettendo rotture con un sistema che non piace più.

E, anche in questo caso, una buona rappresentanza è presente nel nostro piccolo territorio, e ha saputo giocarsi al meglio le carte a disposizione, dando l’avvio a quel processo di rinascita riassunto ottimamente nel distacco di quei sette punti percentuali tra Michele Abbaticchio e Paolo Intini.

Di chi è la colpa dell’astensionismo? Chi è chiamato a riflettere, più di tutti, su questo risultato negativo della vita sociale e civile del Paese? Chi ha portato gli aventi diritto a dimenticarsi completamente dei propri diritti?

Probabilmente chi dovrà interrogarsi ora starà, nonostante le ottime intenzioni annunciate, disinteressandosi del problema, preferendo stappare le bottiglie di champagne per festeggiare una vittoria certa.

Noi, invece, siamo certi di questi dubbi e preferiamo porceli. E proseguiamo, chiedendoci: le rotture con quel sistema che non piace più saranno effettive? Siamo cronisti, non indovini, ragion per cui qualunque giudizio in proposito sarebbe una improbabile profezia, e non una notizia attendibile. Bisogna attendere.

Questo, però, non ci esime dal compiere un’analisi che, per forza di cose, deve partire dalla sinistra. O, meglio, dalle sinistre. Alla vigilia del voto, infatti, risultava pacifico come la fine traumatica del centro destra, con la drammatica caduta di Raffaele Valla, avrebbe avvantaggiato la coalizione avversa, che aveva dinanzi a sé le condizioni per gestire al meglio la propria rinascita.

Ovviamente, il centrosinistra non le ha sfruttate. Evitiamo in questa sede una leziosa dietrologia circa i motivi di questo mancato appuntamento con una facile vittoria e restiamo sui dati: quello del primo turno è un esito che rispecchia quelle dinamiche pre-elettorali che hanno riguardato lo stesso centrosinistra.

Michele Abbaticchio, infatti, si è “trincerato” dietro il grande successo delle liste civiche, cioè di quei gruppi che rispecchiano l’avanzata di chi, politicamente, ha scelto di liberarsi dall’abbraccio mortale di un referente politico nazionale.

Inoltre, non sembrerebbe esserci una direzione partitica nella coalizione del dirigente, bensì una convergenza sull’uomo, che ha lavorato mantenendo una certa, sobria equidistanza con i gruppi che lo hanno sostenuto.

I numeri lo hanno premiato, lo stanno premiando, delineando una specie di desiderio di una convivenza civile tra le liste, le quali si sono trovate d’accordo sui programmi, sulle idee e su quella responsabilità partecipata sui cui lo stesso Abbaticchio ha costruito la propria campagna elettorale.

Dall’altro lato, invece, Paolo Intini. Il professore, dal canto suo, si è acquattato nel “quadrato”  del primo partito cittadino, quel Partito democratico che, nonostante le critiche mosse da più parti e a più riprese, riesce ancora a ottenere consensi. Una forza politica che, pertanto, non può essere ignorata.

Certo, il voto necessiterebbe di interpretazione proprio all’interno dello stesso Pd, gruppo che festeggia un’amara vittoria. Ovvero, un netto “no” all’uomo, e una nutrita manciata di consensi al partito.

Un messaggio degli elettori a chi ha lavorato dietro le quinte alla formazione della coalizione?  Una virulenta presa di posizione da parte di chi non si è fidato di una sinistra litigiosa ma che comunque ha scelto di votare secondo la personale, pluriennale educazione politica?

Forse, entrambe le cose, che confluiscono nella rivendicazione di un orgoglio elettorale che il Pd ha rischiato più  e più volte di tradire, come i numeri parrebbero dimostrare. Certo, bisogna riconoscere al gruppo di aver saputo porgersi come spartiacque nel flusso degli eventi politici bitontini.

Il centrodestra smembrato, che non ha saputo riorganizzare le dinamiche di una roccaforte di sinistra, avrebbe infatti potuto perforare ulteriormente la coalizione di centrsinistra, ma questo non è avvenuto.

Di sicuro, per demeriti interni al centrodestra. In parte, però, anche grazie al macrocosmo della sinistra bitontina, che ha saputo riassumere con un certo piglio il desiderio di riscatto. Ed essendo il Pd il partito di riferimento, i meriti vanno riconosciuti.

Se non fosse che il voto al primo turno ha punito, forse, maggiormente le colpe. Ovvero, l’immagine che l’establishment ha dato di sé, il propagandismo sfrenato, quell’unità disattesa che, al di là delle responsabilità, si è comunque avuta. E, pertanto, non può che essere considerata una concausa del suicidio politico di un gruppo che, al secondo turno, nonostante i consensi, si ritrova ad arrancare e a inseguire.

E che vede spiragli di partecipazione amministrativa in quella che potrà essere o la guida del paese, se i dati al secondo turno subiranno uno stravolgimento radicale, o in quella che potrà essere la lotta all’opposizione, come accaduto negli ultimi quattro anni. Al 21maggio, per le risposte.

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