Les jeux sont faits

Emilio Garofalo
elettore

Si chiude il sipario sulla campagna elettorale: ecco quel che resta

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E’ finita. La campagna elettorale è finita. Il giocarsi l’uno contro l’altro è terminato. Ora, è il tempo dell’attesa, della preferenza, dell’avanzare lento dei simboli, del conteggio delle schede. Decine di liste per centinaia e centinaia di candidati.

Un’enormità che si accomoda e attende il responso di chi invece si è fatto piccolo, nei giorni del confronto, accogliendo le fustigazioni, le prediche, le ire e le promesse dei candidati: l’elettorato. Che ora giudicherà e voterà chi, anche questa volta, ha scelto di osservare “la legge dei grandi numeri”, intesa come l’egemonia imperante del “tanto”, del troppo. 

Le liste, infatti, si presentano satolle, stracariche, sforate in una deriva numerocratica, che va di pari passo alla difficoltà di far luce sulla bontà dell’offerta. Ma non diamola per impossibile, questa bontà, ci mancherebbe.

Piuttosto, riprendiamo il racconto dello splendido rush finale di questa maratona della democrazia.  Che consente l’emozione dell’attesa, un leopardiano (e dunque, forse, effimero) godimento nell’aspettare la sentenza inappellabile del consenso.

Non si è più nemici, come forse non lo si è mai stati fino in fondo, e non si è più amici, come pure probabilmente non lo si è mai stati, in questa fase. Non si è nulla. Si è soltanto una enorme formazione condannata a un patimento patibolare.

L’anarchia della fase d’inseguimento della leadership, il riscatto temporaneo del pulpito, il teatrino delle accuse e della questua del voto, la tortura dei sorrisi piacioni, le domande contornate di violenza e le risposte elusive contornate di furbizia: tutta roba vecchia.

Perché tutto invecchia di colpo, quando le luci sull’ultimo comizio si spengono. E si sa che, da quel momento, tutto tornerà al proprio posto. Le strade si svuoteranno di nuovo. La zona artigianale ritornerà quel rudimento di abitabilità e aggregazione che è sempre stata.

Il centro storico, quell’intricata via di disillusione e speranze perdute. L’arte, un ricordo. La musica, un’eco lontana. Il teatro, un contenitore svuotato e delegittimato. Previsioni, naturalmente, che desiderano smentite.

Ma, comunque sia, adesso è il tempo dell’attesa. E nell’attesa non c’è spazio per le promesse, per le iniziative, per i comizi, per un successo popolare antistante al suffragio della maggioranza. E nemmeno per le critiche. Nell’attesa, ha senso solo il silenzio. Che si può infrangere solo per affidare al vento qualche previsione.

Del tipo: “sì, dai, ce la si fa al primo turno”. “No, si va al ballottaggio”. “Io? ma che mi frega, ero in lista perché me l’hanno chiesto”. “Ma dai, che non si andrà oltre i cinquemila voti”. E via di seguito, in splendide prediche e precisissimi mormorii.

Adesso è il tempo del rifiuto sdegnoso della anomalia voluttuosa. Un cambio di consegne tra nuovi modi di concepire la città e di viverla. Ora, si torna tutti alla mercè della bitontinità, quel meraviglioso mix di indifferenza e timidezza.

La retorica grezza sfoggiata in pubblico, quella che ha consentito di sparpagliare confusamente ideali, progetti, speranze, inseguendo la tirannia della seduzione, il fascino dello scandalo e causando il disastro dell’insulto, si spegnerà automaticamente.

Se ne vanno la neomondanità, il decoro della folla festante, le grandiosità di una politica che affabula per rintuzzare i signori delle opposte fazioni, la polemicità e la foresteria di chi è andato autocompiacendosi dei propri meriti.

La campagna elettorale è andata oltre il suo stesso splendore, terminando. E dando l’avvio a una nuova fase, che coinvolge tutti i partiti, i candidati, noi stessi: quella della languida schiavitù della paziente e trepidante attesa, che ci incatena a un momento di passaggio, a uno scetticismo scaramantico.

Tramontano il formalismo a servizio del pubblico, la responsabilità e la matrice cattolica-familista rispolverata e assunta a modello di un vivere angelico. E noi, con una punta di rammarico, guardandoci indietro, vedremo tutta questa bella frenesia allontanarsi inesorabilmente, per fare posto alle vecchie, solite maniere.

Quelle tipiche del potere, che, una volta ottenuto, fa dei detentori degli smemorati cronici: si dimenticheranno di colpo ciò che erano stati, di quanto belli e perfetti erano sembrati, di quanto lucidi e coerenti si erano mostrati.

Oppure, in una meravigliosa controtendenza (che tutti sogniamo) ci inonderanno di conferme, ci stupiranno con la loro indiscutibile e bruciante validità umana, professionale e intellettuale. Smentendoci, in un crepitante rimbrotto per quanto saremo stati malfidenti. Sarebbe fantastico. Ma è troppo presto per dirlo, quindi, per ora, è inutile perdersi in vani desideri.

La campagna elettorale si è ufficialmente conclusa, e ora sta per finire anche la vedovanza di un’amministrazione in cui queste e quelle coalizioni sperano di riacquartierarsi. La riaccensione politica susciterà dubbi e sospetti, certo, e alimenterà aspettative e ci porterà a delazioni infuocate quando non a indiscussi apprezzamenti.

Chi governerà dopo aver fatto un mucchio di promesse, la prima cosa che sarà chiamato a fare sarà individuare la formula per mantenerle tutte. La seconda, applicarla. Il resto verrà da sé.  Ma ancora si sta commettendo l’errore di parlare del futuro.

E il futuro, così come non vuole somigliare al passato, non è nemmeno il presente di queste ore di passaggio. In cui, invece, l’attesa sa essere non solo tutto (reviviscenza e rimpianto, paura ed emozione, speranza e bontà, incertezza e curiosità, arroganza e cattiveria) ma anche niente, purtroppo.

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