L’opinione/ Il cambiamento è nella mentalità, il volto viene dopo

© Bitontolive
L'analisi sulla situazione locale e nazionale
Ogni tanto ha davvero ragione il presidente Napolitano.
T’arriva l’assenso quando lo ascolti declamare le virtù della politica (che non scriviamo in maiuscolo perché non ne concepiamo un’altra) contro le maldicenti prevaricazioni dei profeti dell’antipolitica. Ed è vero.
Guglielmo Giannini e Beppe Grillo pari sono, ha inteso dire inquieto l’inquilino del Quirinale. E noi siamo con lui.
Però, miseriaccia, pure la politica (quella dei politicanti), se c’è, batta un colpo.
Mica possiamo continuare col sempiterno e sterile culto delle istituzioni e dei principi repubblicani. Urgono dei segni.
Serve percepire un reale momento di responsabilità.
Toh: parola chiave. Responsabilità.
Ma voi dove la vedete la responsabilità di una classe dirigente? Dove le reali intenzioni di cambiar passo? Dove la tabula rasa col passato?
Ad occhio e croce, anche secondo l’etimo, il responsabile è colui che risponde. Non ai quiz. Né risponde nel senso deprecato da Voltaire (“Un uomo si stima per le sue domande, non per le sue riposte”).
Risponde ad una consegna di fiducia. Egli serve una comunità, consegnatagli in maniera sacra, senza che se ne serva a sua volta.
E davvero qui non c’entra la zotica retorica berlusconiana del “fare”.
È un qualcosa di più: il responsabile non chiude occhio per la sua gente e non sa più cosa sia la quiete per il compito che solennemente lo mette alla prova. Appena si è investiti di una carica pubblica, si dovrebbe cogliere un effetto dirimente persino nella (sulla: quasi a subire, patire) propria esperienza biografica. Io da oggi non sono più solo io: sono tutti.
E invece, a livello nazionale, ma anche locale: dov’è la responsabilità?
Hanno chiamato Monti, hanno defenestrato Valla: ma davvero credete l’abbiano fatto per senso di responsabilità? Dubitiamo, dubitiamo.
È stato semplicemente, a Roma come a Bitonto, un non poterci e volerci più mettere la faccia: che è proprio il contrario della responsabilità.
L’accettazione di una misura colma come spunto per la fuga. L’ammissione di un fallimento, salvo poi gloriarsi del “tanto fatto” durante l’esperienza di governo (che se era così buona, figlio mio, ex assessore mio, perché esaurirla per eutanasia?). E Monti a Roma a passare per il cattivo (che in parte è, per carità). Dov’è, allora, la serietà di una politica che, nel momento in cui c’è Dracula a succhiarci tutto, non provvede ad un credibile piano di riforme dettato dal coraggio, dalla presa di responsabilità (aridaglie…) come Iddio comanda?
E invece nulla. Siamo ancora ai rissosi polli di Renzo. Senza futuro, senza spina dorsale. Come non capire che c’è un Paese incazzato nero, infuriato e sdegnato? Come manifestare più radicalmente la propria distanza dall’Italia non profonda ma superficialmente emergente persino dopo una chiacchierata al bar? Siamo di fronte ad una politica che non si mette in discussione, che non si esamina. Che logora il Paese dopo aver logorato se stessa. Ed ecco il frinire del Grillo. Come biasimarlo, a ‘sto punto?
Ma torniamo a Bitonto e arriviamo ad un’altra parola chiave: mentalità.
Perché la politica oggi sia responsabile e risponda seriamente al compito che dovrebbe assolvere è necessario che si rimetta in gioco.
Ma per far tutto ciò occorre il cambio di mentalità.
È questa che deve cambiare: non i nomi, non i volti, non le età.
Uno può anche essere sconosciuto al mondo dei partiti, può anche avere una faccia ignota al largo pubblico, così come può anche essere giovane.
Ma se non realizza attraverso sé un effettivo, affidabile, coerente mutamento della mentalità media del posto in cui vive, siamo al punto zero.
Ovviamente non può ridursi tutto ad un fatto noetico o intellettuale.
Ma si è vista l’era Valla ed è miseramente calata la notte su quell’alba.
Sin da subito s’avvertì come il presunto nuovo fosse, negli usi e nei costumi, più vecchio di ciò che c’era prima (anche perché in gran parte di là veniva).
Eppure, adesso ancora s’ama insistere (chi negli evocativi slogan, chi attraverso il proprio profilo biografico) sul nuovo, sul nuovismo.
Bene. Ma nuova, diversa, di rottura assoluta col passato, deve essere la mentalità politica che c’è dietro la scelta. Tutto passa attraverso ciò.
Ci spieghiamo. Come decidere gli assessori? Come attribuire gli incarichi? Nelle mani di chi affidare (e non banalmente delegare perché alla fine responsabili lo siamo tutti, questo è bene sottolinearlo) la crescita della città?
In base a quali criteri scegliere un progetto tecnico piuttosto che un altro?
Saremo mai capaci di amare Bitonto oltre la bitontinità e le nostre famiglie oltre il familismo? E la politica che si dice nuova saprà essere altra e aliena da ogni forma, anche la più lontana, di nepotismo, favoritismo, clientelismo?
Dice: non vinci se non hai dietro i grandi elettori e gli sponsor.
In parte vero, chissà. Ma la città esige la libertà assoluta di condizionamenti da parte degli eletti: non ci sia alcun vincolo sulle spalle della politica.
Compromessi, zone d’ombra, grandi vecchi: no, no e ancora no.
E invece alcuni atteggiamenti che si colgono nell’aria, un certo movimentismo baldanzoso e alla mammasantissima di svariati candidati al Consiglio comunale, al di là delle belle promesse dai palchi, non ci sembra stiano andando in questa direzione. Semplici mele marce? Questa facile risposta (ecco!) non sarebbe responsabile, ma eludente e deludente.
Il nuovo, dunque. È vero che le parole in politica, se vere e pensate, possono essere persino tutto. Pensiamo anche alla vita, all’amore.
Quest’ultimo può sembrare solo una parola. Cinque lettere che muovono il mondo, però. Ma solo perché poi esso incontra quattro gambe e due cuori.
E allora anche nuovo è una parola. Ma per diventare fatto, per incontrare autenticamente le centoventimila gambe e i sessantamila cuori dei bitontini, il nuovo dovrà abbracciare la responsabilità, figlia a sua volta di un sincero cambio di mentalità. Responsabilità e mentalità: ci permettiamo di ricordarvelo, cari amici politici, cari candidati sindaco.
Vi proponiamo queste due parole. Col contributo della città, ma nelle vostre mani e nel vostro impegno quotidiano, potranno diventare fatti.
Solo allora saranno parole vere.
Commenti
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Carissimo Pagano, non si può che concordare in pieno con la sua analisi. Purtroppo la “mentalità” non cambia: analizzando i metodi e modi della campagna elettorale, di alcune forze politiche in particolare, sembra che non si stia attraversando il periodo più buio, politico e soprattutto economico, che il mondo occidentale abbia mai conosciuto. Mi chiedo: ma questi fondi da dove arrivano? Chi c’è dietro i tanto declamati “giovani”? Come possono i disoccupati/candidati permettersi di “investire” in una campagna? L’alba di cui parlava si è rivelata una sorta di “cavallo di Troia” il cui ventre ha poi “partorito” molti esponenti che oggi hanno “ritrovato” ospitalità e ricollocazione in altri lidi; molta gente, in buona fede, è stata “raggirata” anche per inesperienza. La mentalità può e deve cambiare ma, se tutto si basa sugli “investimenti” e sulla “baldanzosità” (come elegantemente la chiama), temo un triste ritorno al passato.







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