La Riflessione/Quando noi giovani saremo finalmente liberi di amare la nostra città?

Emilio Garofalo
Francesco Speranza

Bitonto pensata in un treno in corsa

0 commenta

Viaggiare di notte, in treno, è una gran bella esperienza. Vedi i volti della gente, senti il rumore stridulo delle carrozze che scivolano sulle rotaie. Il sonno ti chiude gli occhi. La scomodità subito te li riapre. E, allora, riprendi a guardare quella dimensione sudicia e misteriosa, scura e sfocata.

Fuori dai finestrini, le città sfilano via. Una serie di fotogrammi malriusciti. Quando piove, poi, i vetri opachi e consunti ti mostrano le strade, i marciapiede, le piazze, i bar, che lentamente vanno chiudendosi, le macchine, che serpeggiano accanto a te, più lente.

E’ bella l’Italia. E’ bello, così come dicono, il nostro Paese. E capisci, pensando alla piccola città che lasci, che in fondo è bella anche lei, con le sue brutture, con le sue imperfezioni. E ce ne sono tante, e tu lo sai, mentre, veloce più che mai, vai avanti, lasciando che i difetti millenari si allontanino sempre di più.

E tu, mentre il treno corre, ritieni che sia proprio lei, la tua città, la causa del tuo malessere, il vero motivo della tua fuga. Ma è proprio mentre stai scappando che puoi capire quanto, in realtà, sia importante proteggerla. E allora ti domandi cosa possa mai voler dire proteggere la tua città. E, soprattutto, come si fa?

Con lo spirito di appartenenza da rivendicare in ogni situazione? O, forse, con la forza di un pensiero o con la partecipazione? Con le critiche, di cui farsi portavoce? Con la fuga e l’abbandono? Ti riscopri incapace di rispondere, in realtà non lo sai, e non credi ci sia una sola risposta a questo grande problema.

Specie quando ti accorgi che tutto quello che tu ritenevi fosse giusto era, in realtà, sbagliato, o almeno così ti hanno detto. Ma il treno, che con sé trasporta le malinconie di centinaia e centinaia di viaggiatori, riparte e si getta nelle campagne, lungo i colli, “divorando” le periferie.

Ed è proprio lì, tra una zona industriale sgangherata e una piana dove la foschia si dirada, che tu pensi alla tua piccola strada, e rivedi le ingiustizie e le volgarità, le falsità e le piccole vittorie, la cecità del pensiero e tutti quegli sguardi, ora torvi ora incantati.

Niente da ridire, su questo coro di imperfezioni e meraviglie che, man mano che avanzi sui binari, macinando chilometri e attraversando le città, si allontana sempre più dai tuoi pensieri per tornare di prepotenza negli angoli più silenziosi della tua mente.

E, allora, oscillando tra odio e amore, tra menefreghismo e appassionato coinvolgimento, speri davvero che, nel posto dove la tua storia è iniziata, le cose cambino. Che i discorsi di tutti, ma proprio tutti, siano sinceri e non cinicamente votati all’utilità.

Speri che un giorno (e speri che arrivi presto) potrai anche tu dire che ti manca il tuo paese, quel piccolo angolo di mondo dove tu hai trascorso la vita a sognarlo, il mondo, e a sperare di farlo tuo.

E speri che le logiche ottuse si frantumeranno, che i vigliacchi si alzeranno e scenderanno, lasciandoli, dai loro posti. E lo speri proprio mentre il treno si ferma, di colpo, e la fresca luce del mattino entra nella tua carrozza. Lo speri proprio mentre ti accorgi di esser tu, invece, a dover scendere.

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!