Il centrosinistra bitontino. Com’era, com’è

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Un percorso ambiguo a seguito della definizione delle alleanze
Il centrosinistra (e, per dirla tutta, la sinistra) si presenterà diviso alle future consultazioni. Un fatto noto. Prevedibile, anche, al punto da non sorprendere più di tanto elettori e opinione pubblica. Non sappiamo se i primi s’attendessero una bella iniezione di radicalismo, un simbolismo chiaro o un netto sinistrismo della rinascita politica, in cui far confluire, unitarie, le nostalgie ideologiche d’un tempo che fu.
Forse sì, ma, in ogni caso, si tratta appunto di un tempo che fu e, quindi, nulla che avrebbe potuto essere riproposto. Nel raccontare le vicissitudini di questa biforcuta e irrequieta coalizione, abbiamo ripetuto molte volte come, durante le concertazioni, sia prevalsa la netta incapacità di credere fermamente nelle proprie reali possibilità, e i gruppi del centrosinistra abbiano scelto la via di un’ annunciata e inesorabile frammentazione.
Le vetrioleggianti forzature di stampo personalistico sono state seppellite, comunque, nel fulmineo susseguirsi di qualche ora -e solo dopo la scelta dei candidati- con l’intento di ripartire tutti da zero. Una (ri)civilizzazione dei modi, al servizio del potenziale elettore di maggio. Ma, forse, questo slancio non sembra del tutto sufficiente a diffondere certezze di sorta tra gli elettori dell’area. Ed è un gran peccato. Vediamo perché.
Negli ambienti di centrosinistra, con ogni probabilità, ancora non si crede convintamente nella vittoria alle urne. E questo, qualora risponda al vero, sarebbe un colossale abbaglio, dal momento che, per quanto si stia impegnando a farsi del male, la sinistra (o almeno la frangia separatista) potrebbe farcela, nonostante tutto e, soprattutto, nonostante se stessa.
Certo, la fiducia, il sogno, la speranza, il progressismo delle opinioni, oltre a essere belle parole, sono, populisticamente, propensioni di tutti i partiti. Specie nei giorni della definizione delle alleanze e delle nuove, appetibili candidature. Ma, per quei partiti che hanno scritto la loro storia con queste chimere, riponendole nei costituenti della propria ideologia, credere nella vittoria deve tornare a essere un imperativo morale. Una priorità.
Com’ è giusto che accada in qualsiasi realtà circoscritta, anche nella guida della nostra città -croce e delizia del nord barese, ricca di possibilità, di tormenti e di capacità- è opportuno si cimentino uomini di talento, che sappiano spingere al massimo i motori di una burocrazia ingolfata da troppo tempo. E non parlatori spampanati, né leader improvvisati o raccattati in base all’esigenza dell’ultim’ora.
Gli esiti degli scontri conclavistici e il tenore delle dichiarazioni, a seguito della chiusura dei tavoli del centrosinistra, hanno alimentato quella che sembrava una rombante rivoluzione, dapprima culturale, successivamente politica. Ma, così com’è avvampata, subito si è dissolta, come fuoco fatuo.
Per qualche ora, ci siamo illusi che, come tutte le grandi personalità, i protagonisti di questa sinistra riorganizzata potessero atteggiarsi sensatamente, facendo tesoro dei limiti e degli errori di un passato in fondo non ancora così lontano.
Solo per qualche ora, però, dal momento che anche chi ha avuto il coraggio di non piegare la testa al volere della sfera reazionaria del Partito democratico, sempre più “partito” e sempre meno “democratico”, non è riuscito a disimpegnarsi dall’obbligo di accogliere, sul suo carro, un potenziale di candidature inopportune.
Personaggini, cicisbei, vecchi trombati e nuovi furbetti, che potrebbero non solo nuocere a se stessi, attraverso il richiamo a sé di un notevole e umiliante discredito, ma anche all’intera coalizione (in cui, invece, personalità di rilievo ce ne sono, eccome), potenziale vittima di nuove e premature disaffezioni.
La sinistra, memore delle rimescolanze e di tutte le mostruosità perpetrate in anni e anni di malgoverno depresso, cinico e incancrenito, avrebbe dovuto resistere a qualsiasi tentazione di convivenze forzate(anche se pacifiche) proprio per fugare tutti i dubbi relativi alla sua rinascita. E specie se queste sono lezzose di presa in giro, lanciate in una inversione di marcia spiccatamente opportunistica.
In vista delle votazioni e, successivamente, di una vittoria (che così sembra nuovamente e tristemente lontana) questa corazzata ferita ha bisogno di salpare daccapo, di disintossicarsi dall’immobilismo cui è stata costretta negli ultimi anni. Di tornare a credere in se stessa -liberandosi dalla morsa di futuri e potenziali traditori- e soprattutto in quella nuova, prima linea in cui si muovono personalità degne di nota e successo, liberi battitori che meritano occasioni e possibilità.
Diranno che è questo è il senso della “piccola” politica, delle logiche amministrative. Diremo che non è una giustificazione sufficiente. Diranno, come hanno detto, che in fin dei conti è la condivisione del programma a fare la differenza. Diremo che è proprio il programma che rischia di essere disatteso a causa di questi atteggiamenti o di questi accordi compromissori.
Atteggiamenti, che richiamano alla memoria il lento cammino del centrosinistra all’opposizione, durato quattro anni, alleggerito solo da qualche iniziativa, quasi sempre personale e quasi mai partitica, in cui la visione del centrodestra al potere sembrava inibire qualsiasi sferzata oppositiva (ma, serve ribadirlo, eccezion fatta per alcune, importanti involate soggettive).
La forza di coalizione dell’area democratica sembrava essersi accasciata su se stessa, come colta da un infarto motivazionale fulminante. Nei giorni barzellettieri targati Valla, in cui le forze di centrodestra, maldestre e ciucche, guidavano spericolatamente la macchina amministrativa e mostravano una certa abilità nel distruggersi a vicenda, la sinistra ha peccato di inoperatività, non tanto nell’affrontare quel presente confuso, quanto nel gettare le basi per un solido futuro. Un futuro che, prima o poi, sarebbe arrivato. E che, puntualmente, è infatti arrivato, scoprendo, del gruppo politico, la peggiore delle caratteristiche: l’ impreparazione.
Il mondo della sinistra libera aveva, infatti, pensato bene di costruirsi una pesante zavorra di timidezze e incertezze, bucherellata da sparuti episodi di ossigenante ribellione, e preferiva muoversi in piccoli spazi, nei quali le macerie che andavano ammucchiandosi nei giorni del declino s’accumulavano indifferenziatamente, senza che nessuno intervenisse prestando una sana opera di smaltimento.
Oggi, tutte le garanzie offerte da quegli ambienti politici votati al rinnovamento, come una fune che si sta per spezzare, stanno lentamente morendo sotto i colpi della lacerazione. Una scissione in tante e tante anime, che sta accogliendo pure tante e tante realtà, troppo differenti tra loro, e che rischia così di condurre il centrosinistra a un prematuro allontanamento dall’elettorato.
Un colpo geniale: perdere il consenso, senza nemmeno averlo richiesto, a causa della nevrotica serie di fuoriuscite e rientri. Un’acredine che, da ultimo, ha incupito gli animi degli attivisti della società civile, i quali si sono lasciati andare a pubbliche e prostranti richieste di unità e coesione (sulla cui effettiva necessità sarebbe, poi, opportuno avviare relativa discussione).
Inevitabilmente, ci si chiede: come è possibile conquistare nuovi fedeli, se si risponde con i vecchi tradimenti? Come è possibile ritessere un progetto politico, presentandosi come grandi innovatori, se si continua a cedere a queste facili tentazioni, che mai potranno esprimere quella alternativa comportamentale, caratteriale, politica e, soprattutto, umana, che tutti invece desiderano?
Cos’altro deve accadere alla città, ai suoi cittadini, perché i sinistroidi allontanino finalmente l’acrimonia, tutelando chi ancora ha la (incredibile) capacità di credere nelle potenzialità di chi ha saputo distinguersi, nella propria ferma volontà di dissentire per ricostruire? Non sarebbe meglio sbattere le porte in faccia agl’ intrusi, agli ospiti sgraditi, e stracciare una volta per tutte questa porcheria di master plan politico?
Non si deve seppellire un malcostume per riesumarne altri cento. Deve averlo capito, il centrosinistra (e, per continuare a dirla tutta, la sinistra) questo non si discute. Ma dovrebbe anche cominciare a metterlo in pratica. Tuttavia i tempi, se prima sembravano maturi, adesso appaiono nuovamente, e paurosamente, acerbi.
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