Festa del Papà. Amate i vostri padri, perchè sono dentro di voi

Mario Sicolo

Anche quando vi sembrerà tutto il contrario

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Che sbaglio puerile ho fatto, questa mattina.
Credevo di trovare qualcosa che, in realtà, non era lì dove credevo fosse.

Mi son levato con pigrizia, essendo il mio giorno libero.
Ho sfogliato il calendario, lento gesto solenne che coglie del tempo l’autografo impietoso sulle nostre vite.
Sotto la data di oggi, il nome del santo cui è dedicato questo giorno: Giuseppe.
Il falegname che ebbe la superna sorte d’accudire il Figlio di Dio.

La Festa del Papà.
Allora, sono andato pensoso giù nello studiolo, che abbiamo sempre chiamato sottano.

Ho cercato, fra macerie di libri e giornali, gli album fotografici.

Di mio padre, ho ritrovato la mano aperta in una dolcissima carezza sopra la mia testolina scarsocrinita di bimbo di pochi mesi (e di molti chili. E la chioma, ahimè, è tornata quella).

Poi, il brillio leggero dei suoi occhi mentre con fare sicuro conduce il mio canotto biancoverde verso un mare di sogno ed io dentro con un ridicolo cappellino rosso di marinaio ignaro e felice.
Scintillano faville d’oro sull’acqua che trema all’orizzonte…

Io e mio fratello nel letto grande, che ascoltiamo rapiti le favole inventate da papà – lui quasi più bambino di noi –, tra avventure e miti, e noi che salpavamo impavidi verso notti leggendariamente popolate da pirati e cavalieri.

E le passeggiate in campagna, mano nella mano, in certi meriggi di lontanante bellezza a respirare il dolore del tramonto…

Lui, prof severo e saggio, amante di jazz e lirica, pieno d’emozione col radiolone vicino al televisore per registrare “Caruso” di Lucio Dalla – quando muore un uomo che canta col cuore, presto diventa sospiro del cielo.

Un’altra istantanea ed ecco il suo sorriso socratico – chissà che battuta fulminante avrà fatto –, davanti ai capolavori in miniatura, che rendono inimitabile la nostra Italia: la classica gita di scuola media a Viserba.

Ancora. Il suo volto un poco arrossato dalla gioia: è il giorno della mia laurea e lui che a stento trattiene le lacrime, che sarebbero state d’orgoglio e letizia, lo so.

All’ultima pagina, non c’è nulla, perché tutto è buio.
Credo sia la foto – che non esiste da nessuna parte se non nella mia anima perdutamente ferita – di quel mezzodì crudele e lacerante d’estate: è il mio bacio disperato alla sua fronte gelida come il marmo.

E qui l’album inesorabilmente s’è chiuso.
Ora, sentivo d’avere una nuova ruga sul cuore.

Ti scava dentro un greto di dolore infinito il pianto che non si vede.

Mi mancava, però, qualcosa, ma non sapevo bene cosa.
Avevo cercato e nulla avevo trovato.

Son risalito in camera mia perplesso e mi son seduto sopra la sedia di legno chiaro e un po’ consunto, dove, qualche volta – dopo aver coperto, pianissimo per non svegliarmi, la mia spalla invigilata – papà silenziosamente pregava.

Ho chiuso gli occhi, come per aprire lo scrigno del cuore e ricordare.
D’incanto, un piccolo vento ha cominciato a soffiare. Lieve.
Mi sembrava proprio il suo respiro.
Era il mio…

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Commenti

  • rimba (utente non verificato)

    Che Poesia in prosa! Credo che questa volta sia chiaro a tutti quanto amore nutrisse per suo padre. Mi ha commosso e mi ha ricordato il mio!Morire è tremendo, ma l’idea di morire senza aver vissuto è insopportabile. Erich Fromm

  • nuvola : (utente non verificato)

    Ruga sul cuore
    come venatura di foglia
    che dondola nel vento
    di un novembre disadorno.
    D’amore trema
    coi sogni si culla.
    Tocca terra
    trova una mano.
    La tua. V