Elezioni 2012, l’amarezza e l’abbandono
Fa male la sciagurata deriva partitocratica cui si è giunti a causa della libertà inflazionata dell’attivismo politico
Ci sarà un motivo se la politica bitontina ha sgabbiato se stessa inforcandosi nuovamente.
Sì, c’è: la sciagurata deriva partitocratica cui si è giunti a causa della libertà inflazionata dell’attivismo politico.
E si indignino pure i segretari di partito, i rappresentanti, i tesserati. E’ giusto che lo facciano, perché indignarsi spetta loro, tanto quanto parteggiare e candidarsi.
E’ necessario, però, che costoro ricordino pure che, all’indignazione, dovrebbero poi far seguire l’impegno.
Dovranno, cioè, attivarsi per il bene comune, pedalare questa bicicletta che hanno preteso e avuto.
A furor di popolo, il popolo sta, infatti, abbracciando un credo allarmante, i cui dogmi sono la conclamata disaffezione per i “mostri sacri” e la polposa sfiducia nei confronti della “meglio gioventù”.
Nessuna via d’uscita, dunque?
Volendo lasciar da parte i catastrofismi del caso (non si capisce bene il motivo per cui lo si debba fare, ma, comunque sia, facciamolo) diamo a due parole la mestizia: amarezza e abbandono.
E partiamo dalla prima. L’amarezza di essere entrati in un’epoca figlia di un dio minore, quella della pessima e inscusabile politica che abbiamo fatto nostra derivandola da mamma Italia. E che riesce a far rimpiangere i giorni andati di un tempo ancora più andato, in cui la scopofobia degli amministratori faceva imprecare e bestemmiare i pensionati al bar o gli impiegati davanti al caffè plastificato del lunedì mattina.
Un tempo in cui furbizia e cinismo, assiepandosi dietro condotte camuffate a dovere, e libere dall’impiccio dello sgamo mediatico dei social network, dei passaparola telematici, delle vetrine del libero pensiero e della galoppante dialettica sociale, godevano di una sorta di immunità, che li rendeva due viziacci sì, senza dubbio, ma anche sopportabili.
L’amarezza che si è mantenuta lieve nei confronti di amministratori che, nonostante i difetti, sapevano mostrare anche i propri pregi. E che, nonostante le proprie vergogne, sapevano anche fare politica con passione. E che, nonostante i loro piccoli occhi, sapevano anche guardare a delle valide prospettive.
L’amarezza del “si stava meglio quando si stava peggio”, quando si viveva, cioè, un oggettivo imbarazzo, quello dell’equilibrio reificante di un bipolarismo spietato che appiattiva il pensiero e le coscienze, smorzato però dalla partecipazione. L’amarezza che si sopportava. E che si è potuta sopportare sino a quando non è subentrato l’abbandono.
Quell’abbandono dovuto a un disgusto dovuto, a sua volta, alla fuga da se stessi che i partiti stanno compiendo oggi. Non basta una presa di posizione, non basta una linea dura, non basta una “Maginot” delle nuove responsabilità del caso, non basta una manciata di chimere a fare, di un partito, il nucleo del rinato godimento sociale e a curare le ferita dell’abbandono.
Così come non bastano le espressioni ferme degli intenti o le arraffate task- force racimolate in "zona Cesarini”, cui aderiscono volti vecchi e nuovi (impegnati nella recita di versi di lotta politica in cui tutto ciò che dovrebbe apparire sincero puzza di artefatto e già sentito) a minimizzare i devastanti effetti dell’abbandono subito dai cittadini.
No, non bastano tutte queste cose. Perché all’amarezza narrata, segue un abbandono vero, e pure visto e narrato, che si avverte dentro le tante domande quotidiane defraudate d’ogni possibile risposta: “chi ha la responsabilità del territorio?; e soprattutto “chi lo controlla, il nostro territorio?”; “chi o che cosa ha stravolto gli equilibri della nostra amministrazione?”; “chi o che cosa le consentirà di riequilibrarsi?” e via di seguito, in una lunga serie di quesiti oramai irricevibili, anacronistici e, speriamo erroneamente, oggi fuori luogo.
Un abbandono che crea solitudine, una solitudine che crea sfiducia, una sfiducia ingrassata da una luculliana indigestione di menefreghismi, di apatie, di coiti interrotti col sacrosanto diritto di voto, e di vili, ma oggi quanto mai comprensibili, rifuggite dai propri doveri di cittadino, la cui impalcatura civica si scioglie come burro e, come burro, viene trafitta dalla lama della malapolitica.
Una prassi consolidata, quella della realpolitik di città, doverosamente apolitica, che pensa ai sistemi ma non al sistema, che vuole le soluzioni, ma non la soluzione. Che disperatamente cerca di inventare le nuove formule del consenso, senza badare a chi sarà chiamato ad esprimerlo.
Non armonizzandosi, i partiti, i segretari, gli uomini della politica, non fanno altro che esasperare una cittadinanza confusa, buttatasi allo sbaraglio, che finisce col riproporre il canovaccio della tensione e della lite anche quando si chiude a riccio per riflettere e pensare, per capire e ragionare.
Un tutti contro tutti che smette la politica. E che apre, ancora, all’amarezza e all’abbandono.
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