Michele Sicolo ovvero la silenziosa politica dell’onestà
Avevo sedici anni, ricordo un uomo silenzioso e dallo sguardo buono.
M’affacciavo, un po’ cronista nelle fantasie ma un po’ pure interessato e militante, alle vicende politiche cittadine.
Siamo nell’era Kühtz (Umberto), altro uomo nobile e lontano mille miglia e pure di più dai giochetti stantii della stantia politica.
Michele Sicolo, consigliere comunale di Rifondazione a quei tempi, una vita da mite sindacalista Fiom, era fatto così.
Discreto, onesto, umile. Umile di quell’umiltà dei cuori grandi. Onesto dell’onestà dei forti. Discreto del silenzio dei veri.
Lo vedevi ancora oggi, fino a ieri praticamente, camminare in città, sempre attento alle sorti di questo dannato nostro comune vivere civile.
Con la sua immancabile Gazzetta tra le mani. Col suo pronto saluto a riconoscerti, a dirti che, sì, lui ti ricordava, t’intercettava nella memoria, riconoscendoti per quel giovinetto che eri.
Come i nonni di una volta era pronto a mimarti piccolo con la mano, a dirti e a raccontarti “ragazzino”. E a farti ritornare tale (ché ogni tanto ci crediamo “importanti come dei baobab”).
Tu invece ritrovavi sempre in lui il carezzevole sguardo di un comunismo tutto particolare, di una fede politica e sociale davvero genuina e innocente.
Mai ideologica. E ripensi ad altre figure che, pur riconoscibili culturalmente in una temperie politica ben precisa, pure davano libero spazio ad un agire fatto di vera attenzione sociale, di condivisione della fatica, di proiezione del sé incontro a chi ha bisogno di una mano per rialzarsi.
Ecco Michele Cannito, scomparso qualche anno fa, espressione di un socialismo antico, meridionale, pugliese. Un socialismo dei campi, della terra.
Quello di Giuseppe Di Vittorio, ad esempio.
Da cui pure possono separarti mille cose, ma in cui non puoi non cogliere la tensione sincera, la fede assolutamente rivolta al perseguimento leale degli scopi sociali cui era del resto già propriamente votata e segnata la propria esperienza politica e di militanza.
L’altrettanto indimenticabile Pinuccio Tatarella, cerignolano come Di Vittorio, l’aveva capito e più volte faceva diretto riferimento a lui.
Così come il socialismo pisano e toscano spesso non si peritava di riconoscere gli attributi morali e culturali al grande Beppe Niccolai, per decenni parlamentare missino, uomo che della destra sociale e popolare fu bandiera e fulgido riferimento politico e umano, assai stimato da Leonardo Sciascia.
Parliamo, insomma, del socialismo dell’uomo franto dal lavoro. Con la testa e il cuore alla terra da custodire e allevare.
Un socialismo che nasceva dentro di sé, come istanza umana ed umanitaria. Magari, talvolta, ingenuamente sfrondato delle dialettiche atee e materialiste proprie dell’ideologia. Perché bisognerebbe chiedersi se davvero la questione sociale nasca col marxismo e non presso altre sintesi culturali ed anche religiose. Ma questo è altro tema.
Nulla di sovietico, nulla di dottrinale, alla fin dei conti.
E i contrasti tra Di Vittorio stesso e Togliatti la dicono lunga.
Era questa la tempra di uomini come Cannito e Sicolo, che oggi ricordiamo con affetto e rimpianto.
Michele Sicolo, dunque.
Il suo saluto educato.
Il suo occhiolino e il suo “buongiorno” o “buonasera” e mai “ciao”, il suo “voi” o “lei” e mai “tu” (lui, che poteva essermi anagraficamente davvero nonno e che tanto, più di me, aveva da raccontare, quanto a battaglie ed esperienze).
Michele, con quella stretta di mano sempre pronta.
Mano provata e non certo occupata dal cellulare o dall’arrogante palmare ostentato oggi da certi politici, per non parlare delle autovetture, la cui mastodonticità appare direttamente (matematicamente, tristemente…) proporzionale alle cariche ricoperte.
Salutiamo, infine, Michele, come avrebbe fatto e voluto lui.
Ci accommiatiamo da lui con quel rispetto che egli ci ha insegnato e che lo distingueva, in più augurandogli che la nuova esperienza sia pure bella e dignitosa come la sua esistenza terrena è già indiscutibilmente stata.
Alla politica auguriamo che resti appena umana, come umano è stato Sicolo.
E allora “buongiorno, Michele”.
Nel segno di lui: come diceva lui, come sorrideva lui.
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