Elezioni 2012. Chi c’è, c’è. Come chi non c’è
La politica di questi giorni pare un rebus
La politica di questi giorni pare un rebus, di quelli architettati con ingegno, la cui soluzione è riportata addirittura nella successiva edizione della raccolta di giochi, proprio per inibirne discole sbirciatine. Ci stanno dando dentro, con queste ammucchiate selvagge, addirittura allargate a chi, la politica, aveva inteso regolamentarla e non praticarla, ripulirla e non legittimarla.
Prima, si è ciò che si crede di essere. Poi, ciò che si vuole. L’accozzaglia spergiurante che cerca la salita al potere con suadenti parole di persuasione, fuse in smentite e promesse, in formazioni arrembanti e in servili strumentalizzazioni ideologiche.
Non siamo ancora giunti nella fase calda della propaganda elettorale (quella dei comizi e delle strade bloccate, del “cittadini, questa sera, alle ore 20…” e delle strette di mano vigorose) ma già si respira quel nauseabondo odore di compromessi mandati giù come amare medicine per garantire la guarigione.
Che poi, in politichese, la guarigione significa la prosecuzione del morbo, che volteggia letale nell’appestata aria che respiriamo tutti. E che ormai ha diffuso il virus della partecipazione deregolamentata, priva di nessi logici, e che taglia nettamente i ponti con un passato dipinto in un modo, con proclami apparentemente sensati, ma subitamente (e italianamente) smentito da un presente fatto di nuovi protagonismi.
Le coalizioni sono sulla griglia di partenza e attendono l’avvio di una gara surreale, in cui vince chi fa allontanare quanti più onesti possibile, accogliendo, invece, sul barcone, il maggior numero di furbetti. Il sogno che si trasforma in incubo, la istituzionalizzazione della vigliaccheria che trangugia partiti e uomini, ideali e sogni, speranze e futuro.
Chi voleva solo capire le regole con tutti i relativi commi costituenti, si ritrova adesso in pericolose zone di sfondamento. Chi, anagraficamente, è dotato -molto più di quanto possa esserlo politicamente- è un papabile. Chi è della vecchia guardia pontifica sul “nuovo”. Chi è nuovo è già vecchio, anzi morto, anzi polverizzato in partenza. Chi c’è, naturalmente, c’è. Chi non c’è, come per magia, ci sta dentro pure lui.
E’ una splendida festa dall’ingresso libero, questa politica che, invece di sorgere sulle ceneri di un passato triste, sta incenerendo se stessa, presa dalla sottomissione complice al “dio” partito, che tutto sa e tutto può. Anche accogliere, o meglio soggiogare, chi sembrava immune dal virus della partecipazione selvaggia. Chi, dopo aver dichiarato la terzietà del proprio attivismo, l’ha rovesciata, disinteressandosi della pubblica opinione, della propria scienza e della propria coscienza.
Saranno, quelli di primavera, marzaioli giorni comici, dove la baldanza oratoria di chi vincerà e di chi perderà offrirà resoconti di insuccessi, con la promessa di farne tesoro. E riuscirà difficile credere a chicchessia quando davanti ci sarà, invece, una reiterazioni di gravi “delitti sociali”, perpetrati in nome di una obbedienza esclusiva agli interessi di partito.
L’autoinvestitura, la devastazione di un consenso al vetriolo (qual è l’appoggio cui si sta inesorabilmente andando incontro), i voti che saranno recuperati col contagocce -roba da applausometro elettorale- sono i momenti epici di questa corrida elettorale, che, nelle sue prime alienanti battute, senza il minimo cedimento morale, vede nella “nomenklatura” la salvaguardia del proprio futuro.
Gli optimates nostrani, organizzati in un movimento che tutti dovremmo per lo meno provare a mettere in discussione(quando non si dovesse avere il coraggio di delegittimarlo) stanno proseguendo nella loro scalata facendo ben poco per guadagnarsela, come spesso la politica ci ha abituato nelle sue grottesche rivendicazioni. Il rischio e la paura di prendere abbagli, per noi che acclameremo i Nostri, sarà grandissimo e a perderci sarà, come sempre, l’equità. Come sempre, la città. E, come sempre, noi tutti.
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