Dallo scontrino (non emesso) allo “scontro” (ammesso) con i lettori
Alcune, ulteriori riflessioni sul tema del nostro Emilio Garofalo
Un’incomunicabilità ritorsiva. La mia, naturalmente.
Sarà stata,forse, questa ad avvampare alcuni nostri, affezionati lettori che hanno voluto commentare, e di questo noi della redazione siamo loro grati, un mio articolo pubblicato domenica 12 febbraio, relativo alla mancata emissione di scontrino fiscale da parte di una pizzeria bitontina.
Le loro accuse, in ordine sparso: farei parte del sistema per non aver richiesto lo scontrino, l’articolo sarebbe “nero”, qualunquista. Dulcis in fundo, avrei fatto anche una “pessima figuraccia” per aver, mi auguro almeno non intenzionalmente, “agevolato l’illecito”. E sarei anche responsabile di aver lanciato il sasso e nascosto il braccio.
Non nascondo che le frecciate hanno avuto un grande merito, ossia permettermi di guardarmi dentro. Cercando di comprenderle, sono riuscito a comprendere me stesso. Non senza difficoltà, sono giunto, così, a delle conclusioni. Alcune mi hanno rasserenato, permettendomi di ricollocare la mia autostima ad un posto di rilievo, altre mi hanno, invece, demoralizzato, avendo io preso atto di errori che, tornando indietro, eviterei senz’altro.
Prima il dovere, poi il piacere. Pertanto, partiamo da queste ultime. La mancata richiesta dello scontrino, effettivamente, da qualunque prospettiva la si guardi, non ha nulla di positivo e, addirittura, potrebbe aver ingenerato nei lettori più sensibili finanche un pessimo esempio. Io non l’ho chiesto, ho voltato le spalle. E, pertanto, nulla di buono può essere riscontrabile in questa mia condotta. Ecco la fonte della mia demoralizzazione, della consapevolezza di quanto sia differente il gesto che compirei se mai potessi tornare indietro sui miei passi. Ma non posso e, pertanto, mi tengo stretto il mio senso di colpa. Certo, avrò qualcosa da ricordare e da cui trarre forza quando mi ritroverò in situazioni analoghe.
I colpevolisti forse non si sono posti, ma di questo non gliene faccio alcuna colpa visto che il compito di farsi delle domande è il nostro, il quesito più semplice di questo mondo: perché quel “criminale” di un cronista ha voltato le spalle e piegato la testa? E qui entra in gioco l’incomunicabilità ritorsiva di cui sopra, che, forse, non ha permesso al mio articolo di trasmettere sino in fondo il messaggio del quale voleva farsi portatore.
E, allora, ci riprovo. Ciò che ho provato a descrivere è la solitudine e l’impotenza che si provano quando ci si scontra con una illiceità ben radicata e strutturata nella società d’appartenenza. Che ti avviluppa in ogni “stato e grado” del quotidiano vivere. E Il senso di inutilità che pervade anche quel gesto che, inutile, non potrà esserlo mai, se è giusto.
La difficoltà di far valere un diritto quando si è soli e, perché no, la paura di polemizzare, sono grandi tanto quanto la voglia di denunciare. E qui grande importanza è ricoperta dalle autorità che, se tempestivamente contattate, avrebbero sicuramente permesso ai miei diritti una piena rivendicazione. Ed ecco il secondo peccato, sconfessato da voi, attenti lettori e compiuto da me, paladino della giustizia occasionalmente disattento. E del quale, di certo, saprò degnamente farne memoria.
Ma, ora, dopo il naufragio nel tempestoso mare di queste tristi ma necessarie riflessioni, passiamo alle conclusioni che, invece, hanno permesso al mio stato d’animo incupitosi di rischiararsi. Mi è stato detto di aver compiuto l’orrendo misfatto di gettare il sasso e nascondere il braccio. E io rispondo che la firma, quella, non è stata affatto nascosta, visto che è rimbalzata, in men che non si dica, sulle infuocate tastiere degli internauti accusatori, ma anche si spera all’attenzione generale.
Ed è qui che sta, credo, il merito dell’informazione. Dovesse esserci anche solo uno, tra i nostri lettori proprietari di attività, che, memore della storia narrata, emetterà d’ora in poi regolarmente i suoi scontrini, si può dire che il resoconto, nonostante tutto, non sarà stato invano.
Ciò che al momento non è stato denunciato, per cui in definitiva e pubblicamente chi scrive fa piena ammenda, è stato raccontato, amplificato, commentato. Ha fatto indignare, riflettere e, ce lo auguriamo, rinsavire chi, da ora in poi, dovrà digitare i suoi bei numeri fiscali sulla sua cassa. Come potrei pentirmi di tutto questo?
Certo, al momento il furbetto l’ha fatta franca, anche grazie alla mia incapacità di reagire alla sua freddezza calcolatrice e spietata. Ma, ciò che conta è che la società civile non opponga all’impulso della riflessione l’indifferenza.
E, se ciò accade, anche il tormento interiore di chi ha sbagliato avrà avuto un motivo più che valido di essere vissuto.
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