San Valentino 2012, due giorni dopo

Mario Sicolo

Un piccolo fatto realmente accaduto. Povero Cupido…

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La stazione della Bari Nord, al mattino, è un convegno di venti polari e volti corrucciati da mille pensieri.
Bocche intirizzite soffiano nuvole di freddo nel pallore triste del cielo.

È il giorno di San Valentino, dì sacro per gli innamorati di tutto il mondo.
Pure in questa malconciata città, lo scriba si figura.

Infatti. In un angolo remoto della sala d’aspetto, tra mulinelli di cartacce dimenticate da chissà chi e un randagio acciambellato di malinconia, due ragazze si tengono per mano.
Tremano come due colombine attraversate da un fremito segreto. C’è emozione. Palpabile.

Orecchini giganteschi – ci pagheranno anche l’Imu? – sciarponi infiniti, ferri che sporgono dalle labbra, minigonne ascellari e calze quasi postribolari.
La loro ansia adolescenziale fa presagire che attendano un principe azzurro.
Lo conferma pure il piccolo cuscino a forma di cuore che una delle due stringe tra le dita.

Ecco, all’improvviso, appalesarsi con passo strascicato uno strambo esemplare: guance infuocate da artificiale abbronzatura fuori stagione, pantaloni rasoterra col cavallo basso (è un pony, un realtà), improponibile criniera giallo minzione, guantini variopinti e mutilati che lasciano falangi e falangette alla mercé del gelo, scarpe ginniche da basket anche se il fanciullo pare venga da Lilliput.
Inutili gli auricolari dell’ipod viola, dacché note partenopee ugualmente dilagano nell’etere.

“Bè, mnè, ce m’ sì anniut?”.
Monsignor Della Casa Giovanni , in questo preciso istante, pare abbia fatto una piroetta nel suo sepolcro capitolino di S. Andrea della Valle.
“Amò, amò, né pi’ chess!” e gli allunga il morbido dono di cui sopra.
Il ragazzo spreme il miocardio di peluche e ci soffia dentro le froge esagerate.

E, subito, insospettabilmente contraccambia con stilnovistica gentilezza.
Rovista febbrile nelle tasche, in busca del gioiello che sancirà solennemente il legame sentimentale.
Dopo aver tirato fuori un fazzoletto accartocciato ed una cartina trasparente, esplode in un icastico: “Nà, e tiu frict cus!” e, senza riferirsi chiaramente al Centro universitario sportivo, accompagna l’esclamazione schietta con un inequivocabile gesto della mano, che neppur tanto idealmente congiunge il volto della fanciulla alla patta sua.

A quel punto, ti attendi come minimo una ribellione veemente della ragazza, adontatata da codesto epigono degli Unni.
Invece:“Hi hi hi, c sì fort, amò”, lei ridacchia soddisfatta (de che?) e si tuffa sognante fra le sue braccia.

Escono dalla saletta rigorosamente caudati – nel senso che, ovviamente, dimenticano di chiudere la porta, assiderando tutti coloro che attendono il fatidico annuncio dell’altoparlante.

Così, vanno via, verso l’orizzonte, baciati (di certo, con ribrezzo) da un timido raggio di sole, mentre nell’aere che li circonda s’intravvede un bimbo alato – che pare si chiami Cupido – incoccar sull’arco la freccia all’incontrario e puntarsela, definitivamente scorato, sul suo stesso petto…

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