“Il Giallo e l’Azzurro”, opera dell’autore siculo-bitontino
Il noir vivo e “complesso” di Gaetano Celestre
Edgar Allan Poe o Arthur Conan Doyle? “I delitti della Rue Morgue” o “Sherlock Holmes”? Gli storici e i critici della letteratura s’industriano da anni nel cercare le origini del giallo, ossia della letteratura d’ispirazione poliziesca e d’indagine.
L’uso del termine cromatico, tra l’altro, è diffuso solo in Italia.
Si parla di giallo, infatti, a partire dalla più che felice scelta editoriale della Mondadori di pubblicare, sin dal 1929, con copertine di quel colore, la serie di romanzi e racconti del genere noir.
Il perché di queste nostre divagazioni è presto detto.
Abbiamo in mano un piccolo grande giallo.
Piccolo in senso quantitativo, ché di 99 pagine è fatto e scritto (sarà mica scaramantico quel 99, come dire: un attimo prima della rotondità cosmica, della perfezione?).
Ma grande per capacità narrativa e l’ardita potenza del richiamo.
Del richiamo culturale verso lidi altri, differenti anche da quelli di partenza dello stretto genere. Il libro è l’opera seconda di un assai promettente e giovane autore: Gaetano Celestre.
Anche qui: ecco la lettera R nel cognome a smussare l’angolo del sublime, a ridisegnare una complessità. Celestre piuttosto che Celeste: quasi ad incespicare cacofonicamente nell’alto dei cieli.
E di questa complessità, di quest’estetica della frattura, vive il romanzo “Il giallo e l’Azzurro” (come si vede, ancora una volta è tutta questione di colori).
Siculo di Scicli (Ragusa), Celestre è figlio di una pugliese di Bitonto, dove ha presentato il libro nelle settimane scorse.
Nel segno dell’antico Regno delle Due Sicilie, verrebbe da dire: complessità anche questa. Isolano e continentale. Un piede di qua, uno di là. Bagnato dal mare e murgiano. Sicano e peuceta. Caponata e ciallèdde.
E poi la stessa Scicli, amata dai grandi scrittori della Trinacria del ‘900, patria del beato eremita Guglielmo, vanta una storia araba, normanna, poi aragonese, con esiti barocchi. Le Terre del Sud amano incrociarsi nella biografia di questo scrittore, studente di giurisprudenza, pittore, musicista jazz (tu chiamala, se vuoi, poliedricità o, rieccoci, complessità).
E anche il suo romanzo, che segue il fortunato “Bagni Achei”, non è, come si accennava, solo un giallo.
È, ad esempio, un libro feroce coi suoi personaggi. Perché feroce lo è Celestre. Corrosivo e sferzante. Sembra quasi indagare (lui, più che i detective fasulli) i personaggi stessi del suo vergare. Le anime create dalla sua penna sono come verificate dalla rigorosa lente e i sogni sono inseguiti, raggiunti e filtrati attraverso la discrezione del tessitore. Le bizzarrie schiaffeggiate. Gli errori corretti col sarcasmo. E le follie curate ma non risanate.
Il tutto attraverso un rapporto assolutamente dialettico tra autore e lettore, il quale spesso finisce per sentirsi dare del “tu” dal Celestre.
Una letteratura che incontra chi legge e viceversa. Il libro si incontra in libreria. Non si acquista. Non è un fatto commerciale.
Ma qui si è anche incontrati da idee, parole, lettere saldamente evocative e riecheggianti. Già, gli echi, come accennato. Aspetto notevole della logica della complessità in cui ben s’inserisce il testo. Echi letterari, musicali, artistici.
Un citazionismo che arricchisce, non certo fine a se stesso.
La citazione è qui il grimaldello ideale per raggiungere le vette della creatività umana, inesorabilmente messe a confronto con la caducità terrena e la finitudine psicologica dei personaggi dell’ordito: dagli investigatori un po’ cretini e nullafacenti alla signora maniaca e vedova dei suoi poveri gatti.
Il giallo e il jazz. Il giallo e la televisione. Il giallo e la modernità. Il giallo dei gatti poeti che recitano passi di Borges.
Tutto questo capiterà avendo la fortuna d’imbattersi nella storia, nelle pagine del bel libro di Gaetano Celestre: “Il giallo e l’Azzurro”, Mjm editore.
Da leggere anche perché, come il titolo già dice, come il racconto dice, come la stessa biografia del suo facitore dice, non è solo un giallo.
È complesso non perché insidioso e pesante (è anzi leggerissimo in tutti i sensi) ma semplicemente perché vivo e partorito da mente viva.
Come non poteva non accadere ad un siciliano col sangue materno di Puglia.
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