E dopo?
Riflessioni sul futuro della politica bitontina
Tra i due litiganti, il terzo soffre.
Tra consiglieri che sbattono le porte in faccia a quello che, artatamente, è stato individuato come leader quattro anni fa e un primo cittadino messo in punizione dai suoi sostenitori, c’è il popolo sovrano, che si duole, certamente, più dei contendenti.
L’esplosione di una squadra che deve il suo insediamento a palazzo Gentile non ai propri meriti politici ma alle ceneri di un centrosinistra esausto che, durante la sciagurata tornata elettorale del 2008, preferì la restaurazione all’innovazione, il lancio della spugna all’impegno politico vero, è stata solo la ciliegina (amara) sulla torta (amarissima) che abbiamo dovuto ingoiare.
In questi tre anni di follia, il neofita della politica che ha preso in mano le sorti del paese, Raffaele Valla, ha commesso, infatti, ben altri “delitti”, avendo scelto di incardinare la sua politica defraudandola di ogni forma di buon senso. Questo, con buona pace dei suoi sostenitori che, se nelle prime battute di mala gestione hanno atteso, cercato di comprendere e di dialogare, nel prosieguo hanno mostrato tutto il loro malcontento.
Dicono che, in punto di morte, scorra tutta la vita davanti. E, allora, dovrebbe essere corretto passare in rassegna le tappe del percorso politico di questa giunta: l’abbandono dei cittadini, la non rappresentatività di alcuni rappresentanti, l’omicidio dell’arte, le metamorfosi, in peggio, della casta, i continui rimpasti, la soglia di povertà paurosamente accresciutasi, cospicui finanziamenti europei (svariati milioni)perduti, il distacco dalla realtà e la scelleratezza delle ordinanze, le censure, il contrasto, e il conseguente tentativo di far pace, al posto dell’amministrare.
Una “piccola storia ignobile”, come direbbe il poeta, che parte da lontano, con vari protagonisti sofferenti ben dislocati sul piano delle cariche, da De Santis e Martucci a Sannicandro e Liaci. E, in un mesto crescendo, le volgarità, le risse, i lampeggianti fuori dal Comune al termine delle sessioni consiliari. Il bulimico teatrino delle dimissioni del sindaco, minacciate, annunciate, poi puntualmente ritirate.
Le segrete mosse compiute nelle segrete stanze di Palazzo Gentile hanno individuato nuove, sterrate vie per sopravvivere . Mezzucci, naturalmente, palliativi e non certo la panacea. Nonostante il colpo di coda, questa parentesi insensata si può(e si deve) già collocare nello spazio dei ricordi(bui) della storia politica bitontina.
La confusione ingenerata da questo “big crunch” tra le file del centrodestra, lesivo della salute della città, sta sconquassando gli animi e di buono c’è che le forze costrette all’opposizione dovranno, ora, fare i conti con se stesse. Lo svecchiamento dei partiti impone di tornare a interessarsi del mondo circostante.
Questa è condizione necessaria per il superamento della battaglia elettorale che verrà. Il restyling partitico dovrà essere improntato alla definizione di nuovi valori da far propri. Dopo, poi, dovranno essere presentati i programmi, senza magnificenza, senza propagandismi, senza manie di grandezza, senza arroganza.
Stare al passo dei tempi significa crescere, rompere il guscio, osare. I partiti e, soprattutto, le persone che metteranno la loro faccia, dovranno smettere di accostarsi al microcosmo cittadino come fosse il salottino di casa, dove la maleducazione politica ha fatto sì che il voto prendesse le sembianze di un gioco, divenendo un misero scambio di sostegno(sempre garantito)previo favore(mai realizzato).
Certo, una manciata di mesi a disposizione assume i contorni dell’acqua che, giunta alla gola, toglie il fiato. Tuttavia, ciò non basta a giustificare quelli che saranno i mancati cambiamenti. Lo spettro della riproposizione dei vecchi, orrendi ritornelli aleggia ancora, è innegabile. Nonostante questo andazzo, però, bisogna inseguire la trasformazione, specie ora, dopo l’accanimento terapeutico annunciato dal centrodestra nelle ultime ore.
Sui pulpiti dovranno salire uomini meritevoli, che dovranno compiere, per prima cosa, un piccolo miracolo: tornare a far politica. Ciò che è mancato alla nostra città, e nell’oscurantismo “valliano” se n’è avuta piena dimostrazione, è la tutela, il sentirsi protetti e garantiti.
In realtà, siamo sempre stati abituati a delegare, salvo poi guardare dal basso verso l’alto le incapacità altrui. E, a quel punto, è sempre stato troppo tardi. Con la naturale conseguenza che, dalle beghe di palazzo, a uscirne con le ossa rotte sono stati quelli che col palazzo non hanno mai avuto nulla a che fare: gli onesti cittadini.
Il sorridere a destra e a sinistra, lo stringere mani, le passeggiate domenicali a mezzodì lungo il vecchio, concavo Corso Vittorio Emanuele nei giorni a ridosso della campagna elettorale sono episodi preistorici che dovrebbero restare sepolti nel cimitero memoriale, da cui soprattutto i giovani dovrebbero ben stare alla larga. Le vecchie forme di partito, la religiosità di cui, con ingordigia, si nutre l’associazionismo politico, la costante dipendenza da nomi ingombranti minacciano il progresso. L’oligarchia degli “stati maggiori” dei gruppi politici deve essere bandita e sostituita da nuove forme di responsabilità.
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