Premio Crea, quando non tutto finisce quaggiù
Alcune note retroattive sulla manifestazione tenutasi a Teatro a fine anno scorso
Sarà stato questo cielo opaco di gelata malinconia a farmi ripensare al Premio Crea.
Ne sono certo, anzi.
Dunque. Erano gli ultimi giorni dello scorso anno e al Teatro Traetta si ricordava una indimenticabile maestra di danza, Carmela Cassano.
Poco più che quarantenne, la donna – sulle ali ferite mille cicatrici – era stata rapita tragicamente da un male crudele ed aveva terminato il suo volo quaggiù.
In verità, la freschezza di quel fruscio d’ali, proprio da quel momento, ha preso a segnare le vite di un po’ di gente.
I primi ad esser toccati da quella invisibile grazia sono stati i compagni di liceo di Carmela – che aveva scelto quale nome d’arte Crea, con chiaro intento generatore di morbide movenze e deliziosi sogni, crediamo – che avevano da festeggiare la ricorrenza della licenza.
Eccone due.
Antonella, la prima. Fare discreto ed occhi indagatori, oggi in un comune viciniore è segretario comunale, ovverossia il moderno cireneo delle pubbliche amministrazioni, tra ristrettezze e indigenze varie: “E’ nata come una bella idea e ora è diventata una cosa grande e splendida. Ma, quando c’è di mezzo Francesco, si sa come va a finire”.
Francesco è l’altro sodale di scuola. Un vulcano con un cuore grande così, mette la passione in ogni cosa che fa, sia che si tratti di sport, sia che si tratti di mestiere quotidiano. È un politico, ma sui generis.
Insomma, i due hanno messo intorno ad una tavola allegramente imbandita ex amici di scherzi e bisbocce – le feste in casa con le sedie addossate alle pareti, manco si dovessero dare le condoglianze, le casse acustiche gigantesche e le luci stroboscopiche, i lenti con le ragazze più carine, quelle più racchie e speranzose invece da dribblare, i dolenti due di picche sul muso – ed ex docenti di italiano, latino, greco, di storia dell’arte e di tutta la panoplia che faceva quella scuola un’autentica palestra di vita.
Quando, purtroppo, il tempo aveva già fatto il suo truce ed inevitabile dovere, del prof è stato invitato il parente che ancora è in vita: un figlio, la moglie.
Anche così, la serata è stata un veleggiare lieto e un po’ dolceamaro tra memorie consolatrici.
Poi, poco dopo Natale, per volere dell’impagabile Ernesto Valenzano, di lei collega, è arrivato il premio, che ha inorgoglito sia gli amorevoli genitori e fratelli di Carmela sia coloro che hanno ricevuto i meritati riconoscimenti.
E, quando il sipario s’è chiuso con sommesso stridore sulla manifestazione, in verità nulla è finito.
Il giorno dopo, un ragazzo e una ragazza, già visti sull’impiantito teatrale a ricevere attestati ed altro, stavano in piedi e, con un mazzo di profumati fiori in mano, parlavano con silenziosa dolcezza dinanzi alla lapide di Crea.
I raggi del sole, frattanto, pietosi ritagliavano sagomate ombre e respiravano un triangolo di luce tra quel mattino di primavera che è la foto di Carmela e il sogno di gioventù dei due ballerini.
Un soffio di vento birichino, poi, muovendo appena due petali di giglio, creava nel breve azzurro improvviso il volo soave d’una piccola farfalla…
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